Napoli Teatro Festival 2019 – Programma @ Varie Location

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NAPOLI TEATRO FESTIVAL 2019 –

Programma NTFI

 

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DIETRO LE QUINTE

dal 5 aprile al 12 luglio Napoli Al Blu di Prussia

Federico Fellini negli scatti di Patrizia Mannajuolo

a cura di Valentina Rippa
presentata da Al Blu di Prussia

La mostra curata da Valentina Rippa rende omaggio al grande regista riminese in occasione dei 25 anni dalla scomparsa. In esposizione, una selezione di circa 50 scatti inediti di Patrizia Mannajuolo, che ampliano il corpus di immagini proposto in anteprima a Matera nel settembre 2018. La fotografa napoletana, formatasi tra Roma e Parigi, attraverso le sue istantanee, lontane dall’ufficialità delle foto di scena, mette in luce un Fellini autentico, capace di grande empatia, intransigente e tenero, visionario e geniale come i suoi film.
La Mannajuolo, tra i pochissimi fotografi ammessi sul set di Fellini, riesce a rubare gli sguardi di complicità e talvolta i contrasti del dietro le quinte, a far trasparire le emozioni del regista, con la consapevolezza di aver fatto parte non solo di un mondo sfavillante, quello del cinema, ma soprattutto di aver vissuto insieme a Fellini un sogno colossale. Sono immagini perlopiù giocose e rilassate, che ritraggono il regista nelle sue pose più caratteristiche, avvolto nel lungo cappotto di cammello e nel suo sciarpone, indispensabili per proteggerlo dall’umido di Cinecittà: dietro la cinepresa con in mano il grande megafono per far sentire più forte la sua voce e urlare al mondo “e voilà, il cinema è come un circo, voglio il rullo di tamburi!”.
In mostra foto, prevalentemente in bianco e nero, provenienti dall’archivio personale della Mannajuolo: sono ricordi di una vita, personaggi, attori e amici che restituiscono un periodo ricco di passioni e sogni come in un nostalgico amarcord. Tantissimi gli attori e le celebrità che si avvicendavano sul set, come Anouk Aimé, Olghina di Robilant, Robert Altman, Jacqueline Bisset, Roberto Benigni, Nanni Moretti e naturalmente Marcello Mastroianni, Ettore Manni, la compagna di una vita Giulietta Masina e i produttori Renzo Rossellini e Daniel Toscan du Plantier.

LADY M.

laboratorio a cura di Francesco Saponaro e Nadia Carlomagno

 dal 2 al 12 maggioProva aperta 8 luglioAuditorium 900

Lady M. è un workshop pratico e intensivo, finalizzato allo studio per una creazione originale a partire dalla rielaborazione del capolavoro operistico di Dmitrij Shostakovich Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk e dall’omonimo racconto dello scrittore russo Nikolaj Leskov.
Una ricerca basata sulla trasposizione dell’azione scenica e del linguaggio attraverso l’adattamento e la riscrittura del libretto, del romanzo e un’elaborazione musicale, sintesi dello spartito originale. La storia è quella di un amore ineluttabile, di una passione tragica e senza via di scampo, che ha per protagonista Katerina, una Bovary della provincia russa, giovane moglie di un ricco mercante di farina che si innamora di un garzone del marito. Questo amore divorante si consuma tra menzogne ed efferati delitti, con una violenza che travolge la figura tragica di una donna che cerca di affermare se stessa senza riuscirvi, finendo poi per suicidarsi. L’intreccio dell’opera è tanto semplice quanto impetuoso e attuale: la clamorosa passione erotica che trapela dalla musica, l’amore che non conosce limiti, tanto da spingersi fino al crimine estremo, il tradimento, la gelosia e la morte. Il laboratorio, coordinato e condotto da Francesco Saponaro e Nadia Carlomagno, è l’evoluzione del percorso di ricerca avviato con il Master di Teatro Pedagogia e didattica. Metodi, tecniche e pratiche delle arti sceniche dell’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli.

ROMITO

8 giugno Giardino Romantico di Palazzo Reale

Romito mescola sonorità indie folk ed elettropop di matrice anglosassone alla lingua Napoletana. Convinto dell’internazionalità del linguaggio partenopeo, Romito cerca di oltrepassare il muro della tradizione, immaginando un nuovo modo di scrivere, comporre e arrangiare in dialetto.

DANS UN JARDIN JE SUIS RENTRÉE

dall’8 giugno al 22 giugno Napoli Palazzo Fondi

ideazione Bissane Al Charif & Chrystèle Khodr
scenografia Bissane Al Charif
testi Chrystèle Khodr & Bissane Al Charif e Waël Ali
direzione tecnica Nadim Deaibes
suono Hadi Deaibes

Programmato in collaborazione con La Francia in Scena. La Francia in Scena, stagione artistica dell’Institut français Italia, è realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno dell’Institut français e della Fondazione Nuovi Mecenati.

Dans un jardin je suis rentrée è una installazione interattiva per uno spettatore realizzata da Bissane Al Charif (Palestina-Siria), Chrystèle Khodr (Libano) e Waël Ali (Siria).
Una prima tappa del progetto è stata presentata allo Studio Zoukak di Beirut nel maggio 2018 nell’ambito del RedZone Festival.
Il progetto indaga le esperienze sessuali e la loro relazione con i cambiamenti avvenuti nel periodo postbellico. Il lavoro si basa sulle testimonianze di palestinesi, iracheni, libanesi e siriani che hanno accettato di condividere la loro esperienza.
L’installazione può accogliere otto spettatori alla volta e dura un’ora al massimo. Gli spettatori si riuniscono nello spazio per ascoltare il prologo. L’installazione si compone di otto spazi diversi e il visitatore è libero di scegliere da dove iniziare e dove finire la propria visita. Le stazioni sono degli spazi interattivi strettamente legate agli oggetti personali dei testimoni e sono concepite e costruite a partire dagli oggetti stessi. La concezione dello spazio mette in evidenza la relazione di questi oggetti con il mondo sonoro della storia che lo spettatore ascolta attraverso una cuffia. Gli otto visitatori si riuniscono ancora una volta alla fine della visita per ascoltare la parte finale dell’installazione, l’epilogo, dove il suono, come nel prologo, è diffuso nello spazio.
«Abbiamo lavorato alle interviste partendo da domande personali che ci interessavano ponendoci nella prospettiva di un artista che lavora in tempi di guerra. Abbiamo realizzato numerose interviste con lo scopo di comprendere e delineare il metodo di lavoro più adatto al progetto. Gli intervistati provenivano dalla Palestina, dal Libano, dalla Siria e dall’Iraq: paesi che hanno vissuto guerre, conflitti e flussi migratori. Poi abbiamo scelto quattro persone che non appartenevano alla stessa generazione seguendo una linea cronologica che comincia dalla Palestina del 1948 e arriva alla Siria di oggi. Le domande vertevano sulla memoria intima del testimone, le sue prime esperienze sessuali e le trasformazioni che queste esperienze hanno subito in seguito alla guerra. La guerra è un momento storico in cui tutte le forme di censura vengono a cadere, le barriere sociali tra le classi cambiano e lo spazio dell’intimità è ristrutturato producendo così un impatto sul corpo e la coscienza dell’esperienza sessuale. La nostra ricerca voleva quindi comprendere il legame esistente tra la scoperta del corpo e la guerra. Chrystèle Khodr ha realizzato le interviste e una delle storie scelte era quella di Bissane Al-Charif».

IL MENO FORTAS DI EIMUNTAS NEKROSIUS

dall’8 giugno al 10 luglio Napoli Palazzo Fondi

a cura di Marius Nekrošius e Nadežda Gultiajeva

Le fotografie, i bozzetti, gli appunti e gli oggetti di scena degli spettacoli di Nekrošius nati nel teatro da lui fondato: la mostra Il Meno fortas di Eimuntas Nekrošius, che sarà presentata in occasione della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival, apre uno scorcio unico sull’universo teatrale del grande regista lituano. Il “Meno fortas” (it. La Fortezza dell’Arte), situato nei locali di un’ex stamperia nel centro storico di Vilnius. È qui che Nekrošius ha creato la maggior parte dei suoi spettacoli negli ultimi due decenni. «Per Nekrošius il Meno fortas non era solo un luogo a cui tornare costantemente, ma costituiva anche il suo manifesto creativo – spiegano i curatori dell’esposizione Marius Nekrošius e Nadežda Gultiajeva – La mostra dedicata al Meno fortas di Nekrošius diventa quindi rappresentazione, volta a definire le coordinate del lavoro creativo del regista, che ci proponiamo di rivelare attraverso i disegni, gli schizzi, le fotografie del processo creativo e gli oggetti di scena dell’Amleto (Hamletas), dell’Otello (Otelas), del Macbeth (Makbetas), del Cantico dei Cantici (Giesmių giesmė), del Faust (Faustas), dell’Idiota (Idiotas) e della Divina Commedia (Dieviškoji komedija)». Gli autori della mostra, artisti e compagni creativi del regista, metteranno a disposizione fotografie personali, decorazioni e bozzetti di costume di spettacoli memorabili. Dopo Napoli, nel 2019 la mostra sarà a San Pietroburgo (Russia), Lublino (Polonia), Vilnius (Lituania)

MARIO FRANCESE, 40 ANNI DOPO: UNA VITA IN CRONACA

dall’8 giugno al 14 luglio Napoli Palazzo Fondi

Mario Francese, un omicidio eccellente sottratto all’oblio

La mostra Mario Francese, 40 anni dopo: una vita in cronaca raccoglie foto del giornalista Mario Francese, assassinato il 26 gennaio 1979 sotto la sua abitazione al rientro da una giornata passata al Giornale di Sicilia. Fu il primo a scrivere di una commissione di Cosa Nostra e di una frattura tra i “viddani” di Corleone e la mafia tradizionale. Fu l’unico a intervistare Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina e sorella del killer che lo ucciderà. Fu il primo a parlare del caso di Peppino Impastato come di un omicidio; a scrivere degli appalti e subappalti in mano a Cosa Nostra. Indubbiamente Francese fu ucciso per quello che scriveva.
Gli scatti lo ritraggono mentre intervista, raccoglie indizi e testimonianze, tra le strade, i vicoli e le botteghe del centro storico di Palermo, i corridoi del Palazzo di Giustizia, le campagne della provincia del capoluogo siciliano. Le foto mostrano stralci dei suoi articoli sulle pagine del Giornale di Sicilia accompagnate da didascalie esplicative tratte da articoli, interviste, testimonianze che raccontano il giornalista e l’ambiente in cui operava.
Ricordarne la figura vuol dire dare nuovo valore al giornalismo d’inchiesta, in un’epoca in cui la professione è seriamente messa in crisi. Per inaugurare la mostra sarà organizzato un evento con ospiti che potranno raccontarne la figura. Tra gli ospiti, Giulio Francese, familiare e Presidente dell’ODG della Sicilia, Carlo Verna, Presidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Paolo Siani (fratello di Giancarlo Siani) e l’attore Salvo Piparo, che reciterà un testo dedicato a Mario Francese scritto dal giornalista Felice Cavallaro, allora collega di Francese. L’evento sarà inserito tra i momenti di Formazione Professionale Continua dell’Ordine dei Giornalisti.

LACCI GASSOSI, ORDITO DEL CIELO

dall’8 giugno al 14 luglio Napoli Palazzo Fondi

curatore della mostra e autore delle liriche Giuseppe Cerrone
allestimento e scenografia Giuseppe Cerrone e Sara Galdi
produzione Teatro in Fabula

L’antologia poetica Lacci gassosi, ordito del cielo muove da alcuni momenti-chiave del teatro e del cinema del Novecento per stimolare una profonda riflessione sul simbolo, l’allegoria, la memoria, la percezione, l’utopia, l’invisibile. Sulla base dei suoi versi, Giuseppe Cerrone – curatore dell’esposizione – immagina una camera sonoro-visuale che funga da mappa-orientamento per gli spettatori, coinvolti in un’autentica immersione nel Secolo Breve. Numi tutelari di questo museo vivente saranno Robert Bresson, Jean Jenèt, Carmelo Bene, Leo De Berardinis, Heiner Mijller, Walter Benjamin, John Osborne, Werner Herzog. Spiega Cerrone: «Un attore-performer con licenza di smarrire e di smarrirsi, traghetterà il pubblico in uno scenario a spirale che ricorda un dedalo senza tempo. Insomma, si va per paesaggi, quelli del cuore».

MOVING WITH PINA

Una conferenza danzata sulla poetica, la tecnica, la creatività di Pina Bausch

8 giugno Napoli madre – museo d’arte contemporanea donnaregina di e con Cristiana Morganti
produzione Il Funaro – Pistoia
con l’accordo e il sostegno della Pina Bausch Foundation/Wuppertal

Com’è costruito un assolo? Qual è la relazione dell’emozione con il movimento? Quand’è che il gesto diventa danza? Qual è la relazione tra il danzatore e la scenografia? E soprattutto, come si crea il misterioso e magico legame tra l’artista e il pubblico? Nella conferenza danzata Moving with Pina, Cristiana Morganti, storica interprete del Tanztheater di Wuppertal, propone un viaggio nell’universo di Pina Bausch, visto dalla prospettiva del danzatore. Eseguendo dal vivo alcuni estratti del repertorio del Tanztheater, Cristiana Morganti racconta il suo percorso artistico e umano con la grande coreografa tedesca e ci fa scoprire quanta dedizione, fantasia e cura del dettaglio sono racchiusi nel linguaggio di movimento creato dalla Bausch. Dal 1993 al 2014 Cristiana Morganti è stata danzatrice solista del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, con il quale continua tutt’ora a collaborare come artista invitata. Ha partecipato a numerose creazioni e ha danzato in tutti gli spettacoli del repertorio, partecipando anche al film di Pedro Almodovar Parla con lei (2001) e al film di Wim Wenders Pina (2011). Conferenza Danzata Moving with Pina, nata nel 2010, è stata presentata con grande successo in numerosi teatri italiani e recentemente anche in Germania, Cile (festival Santiago a Mil) e Spagna.

LA SPONTANEITÀ DEL MOVIMENTO

Laboratorio 8 e 9 giugno Palazzo Fondi 

Workshop di Kenji Takagi per danzatori professionisti

Giocare con l’imprevedibile, provocare una temporanea perdita del controllo a cui rispondere con reazioni sorprendenti, superare le resistenze, usare contrasti e conflitti fra le parti del corpo e fra diversi concetti dello spazio. È questo l’obiettivo del laboratorio di danza a cura di Kenji Takagi, che dal 2001 al 2008 è stato membro del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, dove lavora tutt’oggi come danzatore ospite e direttore di prove con la compagnia. Come mantenere vivacità, spontaneità e ricchezza dell’esperienza iniziale quando si crea movimento?
«Percependo la danza come una sequenza di eventi dinamici, concentrandoci su ciò che è vivo nel momento – scrive Takagi – piuttosto che perdendoci nel tentativo di fissare una forma riproducibile». Durante il laboratorio saranno suggeriti spunti ed esperimenti con l’intento di generare un’autentica motivazione fisica.

ZINC

8 e 9 giugno Napoli Teatro Politeama 

di Eimuntas Nekrošius
composizione Algirdas Martinaitis
scenografia Marius Nekrosius
costumi Nadezda Gultiajeva
disegno luci Audrius Jankauskas
suono Arvydas Duksta
aiuto regia Tauras Cizas

prima nazionale

Zinc ha debuttato a Vilnius allo State Youth Teatras nel novembre del 2017, il teatro dove 26 anni prima il grande regista lituano Eimuntas Nekrošius, scomparso recentemente, aveva dato avvio alla sua carriera. Il lavoro, ispirato ai romanzi premio Nobel per la letteratura nel 2015, Svetlana Aleksievič, traccia la storia degli ultimi decenni del ‘900 attraverso il racconto della guerra che l’URSS ha combattuto in Afghanistan e l’esplosione dei reattori a Černobyl’. Nekrošius offre ancora una volta uno sguardo del presente attraverso il passato, cercando di fotografare un’epoca: protagonista dello spettacolo è la stessa scrittrice (interpretata da Aldona Bendoriūtė), che si muove attraverso il tempo e lo spazio scrivendo un diario di viaggio. Le casse di zinco, che trasportano le vittime dall’Afghanistan alle loro case, segnano la fine di un’era. L’elemento chimico necessario per la vita umana, diventa così simbolo della morte durante la guerra. L’inizio e la fine convergono nel simbolo Zn.

IN EXITU

 8 e 9 giugno Teatro Nuovo Napoli 

interpretazione e regia Roberto Latini
dall’omonimo romanzo di Giovanni Testori
musiche e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
produzione Compagnia Lombardi ¬ Tiezzi

Roberto Latini affronta la furente inventività linguistica di In exitu, e dà vita alle parole dell’omonimo romanzo di Giovanni Testori (1988). Il testo racconta l’uscita di scena di una vita consumata in evasione, in eversione. La vita di Gino Riboldi, un giovane tossico ridotto alla prostituzione, in una Milano intrisa di dolore e solitudine. La narrazione cede il passo alla forma e si sostanzia su un piano raffinatamente linguistico.
«Testori è il pusher di un la lingua teatrale che si fa linguaggio. Drogato è il testo e le parole sfidano il pensiero e la sintassi, come l’Ulisse di Joyce, il Lucky di Beckett, come agli orli della vita, direbbe Pirandello – si legge nelle note di In Exitu. La parabola parabolica di vita vissuta da Riboldi Gino è quella di un povero Cristo tenuto in braccio da Madonne immaginate, respirate, disarticolate, nella fonetica di una dizione sollecitata fino all’imbarazzo tra suono e senso, come fossero le parole ad essere infine deposte dalla croce sulle quali Testori le ha inchiodate».

“… ADDA PASSÀ ‘A NUTTATA”

dall’8 giugno al 14 luglio Napoli Museo delle Arti Sanitarie

Negli Incurabili la vera storia degli antibiotici

a cura di Carmen Caccioppoli

La citazione da Napoli Milionaria scritta da Eduardo De Filippo in poche settimane, nel 1945, la difficoltà del protagonista di reperire al mercato nero l’unico farmaco che può salvare la vita della figlia più piccola, gravemente malata, rimanda ad una storia della cultura medica napoletana che, pur rappresentando un primato scientifico, è sconosciuta ai più: la scoperta della penicillina.
Il rimedio terapeutico destinato a rivoluzionare la pratica medica era stato scoperto casualmente da Fleming nel 1928, ma la produzione farmaceutica era iniziata negli Stati Uniti nel 1939, e la sperimentazione era avvenuta durante il conflitto mondiale. In Italia furono le truppe alleate anglo-americane ad introdurlo per la prima volta.
Eppure proprio a Napoli, 35 anni prima, nel 1895, Vincenzo Tiberio aveva pubblicato nella rivista “Annali d’igiene sperimentale” i risultati della sua ricerca “Sugli estratti di alcune muffe”. Grazie alle osservazioni sperimentali compiute nel pozzo della casa dei suoi zii ad Arzano, dove viveva da studente di medicina, aveva scoperto che le muffe presenti nel pozzo proteggevano tutti i membri della sua famiglia dalle affezioni gastro-intestinali. Quando il pozzo veniva pulito le stesse persone si ammalavano.
Grazie alle successive ricerche di laboratorio Tiberio completò l’intero ciclo sperimentale di osservazione, verifica dell’ipotesi e preparazione della sostanza antibiotica, raggiungendo il traguardo che nemmeno Fleming raggiunse nel 1930, ovvero la sintesi del farmaco.
Di lì a poco vinse il concorso per Ufficiale medico della Regia marina e abbandonò la carriera universitaria per quella militare, interrompendo anche la sua attività di ricerca.
Fleming fu insignito del premio Nobel per la medicina nel1945, le ricerche di Tiberio erano invece scivolate nell’oblio. Il mondo scientifico ufficiale ha sempre ignorato questo primato napoletano che è recentemente riemerso grazie al rinvenimento di fonti documentali ampiamente rappresentate in un percorso espositivo curato dal Museo delle Arti Sanitarie ed ospitato nei suoi spazi.

LE CARDAMOMÒ

9 giugno Giardino Romantico di Palazzo Reale
Le Cardamomò sono un eclettico quartetto di musicisti: voce lirica, violino, organetti, fiati e chitarra. Propongono un repertorio ricercato e retrò di chansons francesi, pezzi onirici e un pò folli, balli balcanici, canzoni di altri tempi. Nascono nel 2010 come progetto puramente musicale, per poi unire ben presto alla performance video-proiezioni, teatro delle ombre e racconti.

CREAZIONE 2019 PER CINQUE DANZATORI

Residenza di Cristiana Morganti

Dal 9 giugno al 15 giugno Napoli Nest Napoli Est Teatro

Tra i temi di partenza di questa nuova creazione di Cristiana Morganti c’è la circolarità, intesa soprattutto come situazione, come circolo vizioso: l’Ouroboros, l’antico simbolo del serpente che si mangia la coda, un cerchio, senza inizio né fine. La ripetizione, di scene, situazioni, errori che tornano con impercettibili e fatali variazioni. Ma anche il cerchio come una struttura chiusa, esclusiva, a cui si appartiene o da cui si viene esclusi. Rituali, terapie di gruppo, tavole rotonde, nuove danze di folklore, sempre giocando con il “dentro” e il “fuori”, confondendo realtà e finzione, in maniera a volte ironica a volte poetica. A questi temi di partenza se ne aggiungeranno molti altri durante la creazione e il montaggio dello spettacolo. Cristiana Morganti infatti, non parte da elementi pre-esistenti, come testi o musiche ma da suggestioni, immagini, associazioni e soprattutto dal suo vissuto e da quello dei suoi interpreti. Nel suo lavoro l’aspetto autobiografico è un’elemento costante, una sorta di filo rosso che unisce gli interpreti e li pone in relazione diretta e profonda con il pubblico.

In questo nuovo progetto lavorerà con cinque artisti di quattro nazionalità diverse, provenienti da esperienze professionali etereongenee. Anna Fingerhuth, danzatrice tedesca di solida formazione tecnica (John Neumeier, Palucca Schule) già interprete di Jan Pusch, Wayne McGregor, Robin Orlin, Roy Assaf. Il versatile danzatore olandese Damiaan Veens, molto impegnato anche in Germania in produzioni con Susanne Linke, Daniel Goldin, Eun-Sik Park. La danzatrice italiana Maria Giovanna delle Donne, solista del Folkwang Tanz Studio, guest dancer del Tanztheater Pina Bausch e interprete delle creazioni di Johannes Wieland, Reinhild Hoffmann, Henrietta Horn. La giovanissima danzatrice francese Justine Lebas, interprete di Olivier Dubois e formatasi in danza e canto al Conservatoire Superièure Nationale de Paris. E infine l’attrice e perfomer Claudia Marsicano, indimenticabile interprete di R.OSA di Silvia Gribaudi, vincitrice del Premio UBU 2017 come miglior attrice under 35.

La collaborazione artistica sarà di Kenji Takagi, danzatore, coreografo e premiato interprete del Tanztheater Pina Bausch, già suo complice nelle precedenti produzioni Jessica and Me e A Fury Tale,. Il disegno luci lo firmerà Jacopo Pantani. La Creazione 2019 di Cristiana Morganti, che debutterà in Quartieri di Vita 2019 (sezione invernale del Napoli Teatro Festival), è una produzione il Funaro – Pistoia, in coproduzione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival, Fondazione Piemonte Teatro Europa, Teatro Metastasio Stabile della Toscana, Associazione Teatrale Pistoiese, Teatro Stabile del Veneto e MA Scene National de Montbeliard.

IL SILENZIO GRANDE

9 e 10 giugno  Teatro Trianon-Viviani 

di Maurizio De Giovanni
regia Alessandro Gassmann
con Massimiliano Gallo, Monica Nappo, Paola Senatore, Jacopo Sorbini
con la partecipazione di Stefania Rocca
aiuto regia Emanuele Maria Basso
scene Gianluca Amodio
costumi Mariano Tufano
light designer Marco Palmieri
elaborazioni video Marco Schiavoni
musiche originali Aldo e Pivio De Scalzi
produzione Diana OR.I.s.

prima assoluta

Lo scrittore napoletano Maurizio De Giovanni è autore, per la prima volta, di un’inedita commedia in due atti, diretta da Alessandro Gassmann, dal titolo Il Silenzio grande. Dopo l’adattamento di Qualcuno volò sul nido del cuculo, De Giovanni e Gassmann portano in scena la complessità dei rapporti familiari, del tempo che scorre, nel luogo dove le nostre vite mutano negli anni: la casa.
«Quando in una pausa a pranzo con Maurizio parlammo de Il silenzio grande vidi l’idea nascere lì in pochi minuti. Ebbi subito la sensazione che, nelle sue mani, temi così importanti avrebbero avuto una evoluzione – scrive Gassmann nelle note di regia. Questa storia ha poi al suo interno grandissime sorprese, misteri che solo un grande scrittore di gialli come Maurizio De Giovanni avrebbe saputo maneggiare con questa abilità e che la rendono davvero un piccolo classico contemporaneo. Per rendere al meglio, il teatro necessita di attori che aderiscano in modo moderno ai personaggi e penso che Massimiliano Gallo, con il quale ho condiviso set e avventure cinematografiche, sia oggi uno degli attori italiani più efficaci e completi. Questo facciamo a teatro, o almeno ci sforziamo di fare, cerchiamo disperatamente la verità».

RONDA DEGLI AMMONITI

9 e 10 giugno Sala Assoli 

testo e regia Enzo Moscato
con Benedetto Casillo e Enzo Moscato
coproduzione Compagnia Enzo Moscato – Casa del Contemporaneo e Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

prima assoluta

Enzo Moscato porta in scena per il Napoli Teatro Festival Italia un nuovo testo che affronta il tema della condizione del bambino e dell’adulto prendendo spunto da un fatto di cronaca.
«Condizione, fisica e metafisica, dei tempi e degli spazi.
Bambini che, di botto, diventano adulti e adulti che, alla stessa identica maniera, ri-diventano bambini, ritornando così nella loro antica classe elementare.
Tra l’una e l’altra condizione, da bambini oppure da adulti, il tratto comune che le lega è la Morte.
La Morte degli adulti ex-bambini, causata dalla guerra mondiale in atto e la Morte dei bambini – in quanto tali (perché, per crescere, per essere soldati e, quindi, anche per andare in guerra e là morirvi, bisogna prima farla finita con l’esser bambini!). Dimodoché, poi, morire in guerra, da soldati, non sia la prima bensì la seconda morte, che gli accada di sperimentare.
Ma ci sono anche bambini che questa “seconda” Morte se la danno da soli – e liberamente – suicidandosi per il terrore di crescere e crepare senza scopo, da soldati, durante una battaglia.
E questo è il caso dei bambini che, nel tardo autunno del 1917, si lanciano nel vuoto, orribilmente, spiccando il salto dalle ringhiere interne dei piani alti del complesso scolastico elementare-municipale “Emanuele Gì”, arroccato sui quartieri più poveri e spettrali della popolosa città di “N”.
La Ronda degli Ammoniti, nella suddetta scuola, allora è proprio questo.
Questo grottesco ritorno in vita, da fantasmi, di ex-bambini divenuti adulti solo per servire, da soldati, come concime continuato per la guerra e di morti–da bambini, suicidi-da bambini, che hanno “preferito” anzitempo, “manu propria”, porre termine all’esistenza loro, per null’altro che l’angoscia di crescere e finire sotto terra per i cinici decreti burocratici di altrui: i signori della guerra. I gelidi, disincantati macellai di sogni e giovinezza dell’Europa di cento anni fa».

SUONNO D’AJERE

10 giugno Giardino Romantico di Palazzo Reale
C’è modo di rivestire di modernità i suoni della canzone napoletana classica? Murolo e Bovio hanno ancora il potere di fascinazione di un tempo?
Suonno d‘Ajere, giovane trio napoletano di musicisti tra storia e contemporaneo, si pone questo dilemma antico, con l’album Suspiro, pubblicato dall’etichetta Ad est dell’equatore.

AMORE NON AMORE

con Franco Marcoaldi e Peppe Servillo
alla chitarra Cristiano Califano

10 giugno Teatro Sannazaro

Nato dall’omonimo canzoniere poetico di Franco Marcoaldi appena pubblicato dalla Nave di Teseo, lo spettacolo ha debuttato con grande successo al Piccolo Teatro di Milano l’11 febbraio 2019 e al Teatro Argentina di Roma il 13 dello stesso mese. Poesie e canzoni del repertorio classico napoletano, inframmezzate da brani strumentali per sola chitarra, si intrecciano e rincorrono tra loro nel viaggio accidentato e sempre sorprendente del sentimento amoroso. La tenerezza si alterna all’impeto romantico, l’accensione febbrile a un’ironia che talvolta sconfina nel sarcasmo. Perché Amore, motore primo delmondo, convive sempre con il suo contrario.

GRETA & THE WHEELS

11 giugno Giardino Romantico di Palazzo Reale
La giovane band Greta & The Wheels propone un repertorio dalle sonorità new-folk e si fa spazio sulla scena napoletana dal 2017 con il primo EP omonimo (da cui i due singoli “Darwin” e “Swinging in the town”, utilizzati come soundtrack di alcuni servizi Rai, in particolare Tg e Kilimangiaro).

Variazione 6 & 9

Prima nazionale 11 giugno

6
coreografia Tao Ye
musica Xiao He
disegno luci Ellen Ruge
tecnico luci Ma Yue
costumi Tao Ye, Li Min
training Duan Ni
danzatori Huang Li, Ming Da, Yan Yulin, Guo Huanshuo, Zhang Qiaoqiao, (Fan Min, Liu Xichao)
commissionato da NorrlandsOperan con il supporto di Umea2014, Swedish Arts Council, Swedish Arts Grants Committee Region Vasterbotten, e China Literature and Art Foundation

Il giovane coreografo cinese Tao Ye porta al NTFI due coreografie, ultime tappe di un percorso di ricerca sul movimento.
6 rappresenta il ritorno alla forza primitiva che spinge gli esseri umani a muoversi. Il movimento del corpo dei ballerini acquisisce un significato olistico, mentre questi trasudano energia e forza dalla spina dorsale fino ai muscoli più minuti. I loro corpi androgeni in tensione si muovono simultaneamente nella luce fioca del chiaroscuro, creando un disegno di linee rette e diagonali in una dimensione spersonalizzata, quasi militaristica: l’elasticità e la leggerezza assumono aspetti marziali. I danzatori eseguono una litania di contrazioni della colonna vertebrale, alternate a movimenti bruschi del capo. La ripetizione è la pietra angolare del lavoro di Tao. È il modo per catturare il movimento stesso, e farlo durare più a lungo: renderlo eterno. In questo processo, i movimenti ordinari del corpo sono riproposti nella loro essenzialità.

9
coreografia di Tao Ye
musica di Xiao He
disegno luci di Tao Ye e Ma Yue
costumi Tao Ye, Duan Ni
danzatori Huang Li, Ming Da, Yan Yulin, Zhang Qiaoqiao, Guo Huanshuo, Fan Min, Liu Xichao, Yi Yi, Hua Ting
co-prodotto e co-commissionato da Asia TOPA and Arts Centre Melbourne, Sadler’s Wells London, Théâtre de la Ville – Paris / La Villette-Paris, Shanghai International Dance Center Theater and National Taichung Theater

9 è un’esplosione del lessico coreografico esplorato da Tao Ye, ed è concepito come il compimento dei precedenti spettacoli della serie numerica: il finale o il nuovo punto di partenza dell’impulso creativo che ha dato ispirazione all’intero lavoro. 9 si allontana dalla dottrina monistica, dal dualismo e dai molteplici spazi di espressione, per chiedere al pubblico di costruire in maniera individuale un rapporto con la coreografia grazie ai movimenti ben identificabili dei nove danzatori in scena. «Le mie ultime opere 2, Weight x 3, 4, 5, 6, 7 e 8, hanno stabilito un ordine rigoroso e progressivo sia in termini concettuali, che rispetto al tipo di movimento al centro della coreografia – scrive Tao Ye –. Questa nuova opera, 9, cercherà di riunire, o forse addirittura scavalcare questo ordine progressivo. Pertanto cercherà l’origine attraverso il caos. È per questo che è ancora difficile dire se si tratta di un disordine nascosto sotto una forma schematica apparente, o se 9 ricostruirà un substrato interconnesso nascosto dietro una superficie caotica».

BELLINI TEATRO FACTORY – Il Tempo orizzontale

11 e 12 giugno Napoli Teatro Nuovo

testo Francesco Ferrara
regia Gabriele Russo
costumi Chiara Aversano
scene Lucia Imperato
luci Giuseppe Di Lorenzo
aiuto regia Salvatore Scotto D’Apollonia
con gli allievi della Bellini Teatro Factory Andrea Liotti, Arianna Sorrentino, Chiara Celotto, Claudia D’Avanzo, Eleonora Longobardi, Luigi Leone, Luigi Adimari, Manuel Severino, Maria Francesca Duilio, Michele Ferrantino, Rosita Chiodero, Salvatore Cutrì, Salvatore Nicolella, Simone Mazzella
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

Mirko ha 33 anni, fa tre lavori part time e ha sviluppato una dipendenza da psicofarmaci. È sposato, sua moglie lo ama da morire e ha un figlio, di quattro anni, che ha un caratteraccio. In casa sua vivono anche la sorella ninfomane che di tanto in tanto si caccia nei guai e il suo migliore amico, mollato dalla ragazza, che proprio non vuole sloggiare. Mirko pensa che la sua vita non sia un granché, ma che tutto sommato non sia neanche malaccio. Ok, forse qualcosa poteva andare meglio. I suoi genitori adottivi, ad esempio, visto che suo padre è un alcolizzato, dispotico e violento e sua madre è semplicemente depressa, da sempre. Ma ormai è andata. Del resto, Mirko ha cercato i suoi genitori biologici a lungo, ma non è riuscito a trovarli. Non ha la più pallida idea di chi possano essere. Sa solo che lo hanno abbandonato quando aveva due mesi di vita. Finché un giorno, quando ormai neanche più ci pensa, trova una lettera nella cassetta della posta. Gli comunicano che sua madre, la sua madre biologica, è morta. È invitato al funerale che si terrà il giorno dopo. C’è un nome e c’è un indirizzo.
Inizia così un racconto di vite e relazioni, tra passato e presente, un racconto comico e tragico insieme, in fondo, come tutte le storie che raccontano la famiglia, questa istituzione feroce, misteriosa e senza tempo.
Il Tempo orizzontale è un progetto della Bellini Teatro Factory pensato appositamente per il Napoli Teatro Festival Italia. Se da un lato Il Tempo Orizzontale rappresenta il titolo dello spettacolo (la lavorazione comprenderà anche una serie di interviste a persone over 85 con lo scopo di produrre un documentario da proiettare prima o dopo lo spettacolo), dall’altro rappresenta il concetto che si intende perseguire nello svolgimento del lavoro e, appunto, nell’interpretazione del tempo che viviamo. Vedremo una giovane coppia innamorarsi, sposarsi, vivere e moltiplicarsi, vedremo i loro figli e i compagni dei loro figli, e quindi li vedremo diventare nonni ed infine li vedremo morire. Ma, intanto, quanta vita avranno lasciato dietro di sé?

NEW LANDSCAPES

12 giugno Giardino Romantico di Palazzo Reale
New Landscapes è un ensemble cameristico che esplora potenzialità espressive inedite. Si propone come un nuovo classico, consapevole della tradizione e coerente con la contemporaneità. La capacità di proporre una nuova musica contemporanea affiancando a composizioni originali la rilettura di vari repertori, da Dowland a Cage, da Monteverdi a Sun Ra, impone il trio all’attenzione di critica e pubblico.

SPORTIME

mostra di Gianluca Carbone

DAL 12 AL 20 giugno Napoli Teatro Sannazaro

SporTime si può considerare il continuo fisico, l’estendersi di lavori di una mia precedente mostra (ciclo di lavori) “The Time”, in quanto binomio inscindibile tempo-sport; in The Time la mia attenzione sul tempo è stata più generica ed estesa a più soggetti e situazioni legati al tempo, in “SporTime” invece la ricerca e l’attenzione è riversa esclusivamente sullo sport e su alcuni protagonisti specifici, come ad esempio il ritratto di Usain Bolt, atleta esasperatamente legato al tempo, e sull’immaginario, il mio, dello sport e della sua estetica; in conclusione una sorta di omaggio al tema attraverso e mediante il mio linguaggio, i miei personaggi, la mia estetica, il mio colore.

FISICA/MENTE

scritto e diretto da Luciano Melchionna

12 giugno Napoli Teatro Sannazaro

Avrei voluto correre e saltare.
Come dentro, anche fuori.
Avrei voluto continuare, avrei voluto continuare a vincere.
Per me.
Per i miei genitori.
Mia sorella sarebbe stata fiera.
Ho fatto un’altra vita.
Ho corso un’alta corsa.
Ho pianto una sconfitta senza lacrime, per non affogare.
Anche se io so nuotare. Mille stili so nuotare.
Mille e uno, senza braccia.
Mille e due, senza gambe.
Addirittura.
Oggi lo so, so chi sono.
Oggi so chi ha vinto:
che ho vinto oggi io lo so, e so che in un mondo meno ostinato a sorvolare, io sarei ancora tra i campioni.
Sarei ancora una campionessa,
la campionessa:
a me la coppa d’oro, a me il primo posto.
Ho vinto la morte, quella annunciata in cronaca.
Ho vinto la depressione, quella conseguenza imprescindibile.
Non mi avrai mi sono detta… e ce l’ho fatta, cazzo, ce l’ho fatta

TRE ROTTURE

12 e 13 giugno Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale 

di Rémi De Vos
traduzione e regia Angelo Savelli
scene Federico Biancalani
musiche Federico Ciompi
con Monica Bauco e Riccardo Naldini
produzione Centro di Produzione Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi di Firenze

prima assoluta

Tre rotture è un testo, mai tradotto e rappresentato in Italia, del francese Rémi De Vos, uno dei più interessanti autori della nuova drammaturgia europea, ma ancora sconosciuto da noi. Di questo autore, il centro di produzione Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi di Firenze ha già tradotto e messo in scena nel 2017, in prima nazionale e con grande successo, Alpenstock, uno scioccante e grottesco testo sul razzismo e la xenofobia. Rèmi De Vos, le cui opere sono tradotte e rappresentate in quindici nazioni, è uno dei rari autori drammatici a essersi interessato con pertinenza ed esperienza diretta al mondo del lavoro, del precariato, della disoccupazione. Il suo teatro è in presa diretta con la realtà sociale e politica che, però, passa al setaccio dell’umorismo, del comico, dell’assurdo. Il comico è connaturato alla sua scrittura, trasgredisce la linea delle buone maniere, sbriciola i tabù del politicamente corretto, rivela l’assurdità delle convenzioni, dei discorsi dominanti o normativi. Per lui “il comico è un mezzo per sbarazzarsi di qualcosa che non è affatto comico”. Le storie d’amore finiscono generalmente male. Ma ci sono talmente tanti modi di farle
finire…
«Tre rotture, tre quadri, tre coppie – si legge nelle note di regia. Lei gli prepara una deliziosa cenetta prima di lasciarlo perché non sopporta più il suo cane. Ma a lui la cena resta in gola e non vuole rinunciare ad essere lui a dire l’ultima parola.
Lui ha incontrato un pompiere e vuole farla partecipe del suo “ardente” desiderio. Lei questo non lo può proprio accettare ma deve fare i conti con le inarrestabili fiamme della passione.
Loro hanno un “complicato” bambino e cercano di condividerne la gestione. Ma il piccolo dittatore manderà all’aria il loro rapporto.
Tre rotture, tre coppie, tre quadri.
Uno di Edward Hopper, uno di Francis Bacon, uno di Piet Mondrian. L’incomunicabilità, l’angoscia, l’astrattezza della vita sociale contemporanea raccontate attraverso la lente d’ingrandimento di un entomologo o di un medico legale che analizza le sottili dinamiche dei rapporti interpersonali e, più specificatamente, di coppia con esiti comicamente paradossali e grotteschi».

BRIGAN

13 giugno.Giardino Romantico di Palazzo Reale
Ospiti fissi di numerosi festival folk internazionali, il loro ultimo album, Rúa San Giacomo, un lavoro in cui la sintesi tra ritmi e melodie galiziane e modi della tradizione del Sud Italia è condotta con estremi rigore e sensibilità, è entrato nel prestigioso novero dei migliori dischi della Transglobal World Music Chart.

UNDERGROUND Roberta nel metrò

Dal 13 al 22 giugno Napoli Metropolitana

quindicesima parte di Interior Sites Project
di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti
con Roberta Bosetti
regia Renato Cuocolo
produzione Teatro di Dioniso

Underground è la nuova produzione di Cuocolo/Bosetti per il 2019/2020. Uno spettacolo per trenta spettatori in viaggio, nel corso del quale ci si sposta attraverso il sistema della metropolitana cittadina, guidati dalla voce di Roberta Bosetti usando il sistema delle radioguide.
Si parte dal foyer, per poi lasciare il teatro ed attraversare la città. Si cammina insieme e si raggiunge la metropolitana: qui, sull’ultimo vagone, incontreremo Roberta che ci accompagnerà in un viaggio sotterraneo. Un punto di vista inedito, per guardare dal basso la città che cambia.
Underrground, ambientato in uno spazio reale – il sistema metropolitano di trasporto cittadino, spazio pubblico, in cui si è al tempo stesso vicini ed isolati –, continua e sviluppa la ricerca di Interior Sites Project, un’avventura umana e teatrale che inizia a Melbourne nel giugno del 2000 e dura ancora oggi. Alla base di tutto questo c’è un’idea e soprattutto una pratica di teatro, che ha portato la Cuocolo/Bosetti a presentare il suo lavoro nei principali Festival Internazionali di 26 Paesi del mondo.
Una sorta di ecologia teatrale che si basa sull’esistente, lo ricicla e lo trasforma: parte dalla nostra vita, i luoghi che abitiamo, le case, le strade gli edifici pubblici e privati e, ora, il sistema di trasporto pubblico sotterraneo. Tutto con l’intento di far emergere da quei luoghi la memoria, il genius loci, i valori e il senso rimosso, attraverso l’incontro con lo spettatore.

OPEN – LA MIA STORIA

13 giugno Napoli Teatro Sannazaro 

di Andre Agassi
traduzione di Giuliana Lupi
luci Matteo Crespi
una lettura scenica di Invisibile Kollettivo: Nicola Bortolotti, Lorenzo Fontana,
Alessandro Mor, Franca Penone, Elena Russo Arman
produzione Teatro dell’Elfo

«Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita… ». Il libro della star del tennis Andre Agassi, pubblicato nel 2009, non è «semplicemente» l’autobiografia di un campione, ma un vero e proprio romanzo di formazione di grandissima profondità, “uno dei più appassionati libri contro lo sport che siano mai stati scritti da un atleta”.
Dopo L’Avversario di Emmanuel Carrère, Invisibile Kollettivo, nel più assoluto rispetto del testo, torna a scandagliare un percorso di formazione identitaria faticoso e avvincente, e cerca di illuminare piste sorprendenti e inattese che hanno portato Andre Agassi a trovarsi e a riconoscersi attraverso un processo di abbandono delle maschere a lui attribuite, prima dalla famiglia, poi dai fans e dallo star system, che hanno fatto di lui un’icona degli anni ’90. Un padre ossessivo e brutale che lo vuole numero uno al mondo, allenamenti disumani contro il “drago sputapalle”, una carriera lunga vent’anni e mille match, imprese memorabili, parabole discendenti. La favola contemporanea di un bambino che ha fatto della sua vita l’incarnazione del sogno americano.

GIULIETTA E LE ALTRE

13 e 14 giugno Sala Assoli 

di e con Wanda Marasco
regista assistente Ettore Nigro
costumi Annalisa Ciaramella
disegno luci Arturo Scognamiglio
assistente alla regia Anna Bocchino
consulenza musicale Mario Autore
regia Wanda Marasco
produzione Unaltroteatro

prima assoluta

Una nutrice, metafora del teatro, annuncia che interpreterà la storia di quattro donne. Le definisce bambine invecchiate e mai morte. Sono Giulietta, Medea, Filumena e Nora, evocate perché raccontino incanti e illusioni del proprio destino. Confesseranno le verità più segrete, smontando la tradizione dei racconti. Nelle loro parole un’eterna perdita, paradossalmente unificata a un’ostinata ricreazione delle passioni. Maschere in autogenesi, nel monologo scritto e interpretato da Wanda Marasco realizzano sulla scena “il punto di sutura tra poesia e teatro”.

LEONARDO E LA COLOMBA Un Circo senza Tempo

13 e 14 giugno Teatro Trianon-Viviani 

ideazione e regia di Ted Keijser
con Emmanuelle Annoni, (attrice e acrobata) Benoit Roland (attore), Emanuele Pasqualini (attore) e altri artisti (cast in definizione)
direzione artistica ed organizzativa Emanuele Pasqualini
musiche originali Andrea Mazzacavallo
ideazione costumi Pina Sorrentino
assistente alla produzione Irene Silvestri
consulente circense Paolo Stratta – Scuola di Cirko Vertigo
responsabile organizzativo e tecnico per la Campania Orazio De Rosa
responsabile amministrativo Flavio Costa
coproduzione Pantakin Circoteatro, La Baracca dei Buffoni, Operaestate Festival di Bassano

prima assoluta

Leonardo e la Colomba è uno spettacolo sull’opera di Leonardo Da Vinci, in particolare sulle sue invenzioni legate al sogno di volare dell’uomo. Un desiderio che ha sempre fatto parte dell’immaginario umano, il cui significato simbolico è spesso legato alla volontà di elevarsi al di sopra della realtà quotidiana per aprirsi a nuove prospettive. Il lavoro osserva da vicino la complessità dell’opera di Leonardo, la matassa inestricabile di codici, opere artistiche e invenzioni del genio instancabile, ponendo l’accento non solo sull’opera, ma anche sul suo aspetto più umano: quello dello scienziato artista che ha posto al centro del suo pensiero proprio l’uomo, con la sua fragilità fisica, ma soprattutto con la sua capacità di saper immaginare, di saper vedere oltre. Per realizzare le sue macchine per il volo Leonardo studiò la meccanica, l’anatomia degli uccelli e il comportamento dell’aria, diventando, secondo una felice espressione di un noto studioso vinciano, “aerologo, aerodinamico, aerotecnico e osservatore del volo degli uccelli”. Così come Leonardo utilizza tutte discipline diverse per portare a compimento la sua invenzione, in questo spettacolo di circo contemporaneo si intrecciano invece i diversi generi espressivi del teatro, del circo, della danza e della musica. «Leonardo è il nome del clown. Il clown Leonardo…. da Vinci! La colomba…beh, è la colomba! – si legge nelle note di Ted Keijser. Solo il clown possiede l’immaginazione di Leonardo Da Vinci, e solo Leonardo Da Vinci sa credere fino in fondo all’impossibile, sa volare pur restando con i piedi per terra: esattamente come il clown. Che cosa ha fatto saltare in mente al nostro Leonardo che gli uomini possano volare? Risposta: La colomba, certo!».

BRADIPOS IV

14 giugno Giardino Romantico di Palazzo Reale
I Bradipos IV sono considerati tra i principali esponenti della musica surf-rock and sixties in Italia ed in Europa. Dal 1996, data di fondazione del gruppo, ad oggi la band ha (tra le altre cose) pubblicato album di brani originali, vinto innumerevoli premi in tutto il mondo, partecipato alla colonna sonora del film “L’imbalsamatore” di Matteo Garrone.

NIGHT (Layl)

14 giugno Teatro Politeama 

coreografia e regia Ali Chahrour
danzatori Ali Chahrour, Hala Omran, Aya Metwalli, Simona Abdallah, Sharif Sehnaoui
disegno luci Guillaume Tesson
suono Khyam Allami or Mathilde Daucy
produzione Zoukak Cultural Association

prima nazionale

Dopo aver partecipato al Festival 2018 con May he rise and smell the fragrance, Ali Charour torna a Napoli con un nuovo lavoro.
Night è uno spettacolo di danza che affronta l’amore in tutte le possibili sfaccettature; dalla poesia all’estetica, dalla violenza alla durezza. La performance esplora in particolare la trasformazione che il concetto di amore nel mondo islamico ha subìto nel passaggio dall’età preislamica di Jahiliyyah alla società contemporanea.
Il lavoro si concentra su storie che hanno trasgredito i confini di religione, razza e genere, e cerca di mettere in discussione le idee di passione e intimità del sentimento nel contesto di crescente odio delle società moderne. Night (Layl) è il primo spettacolo di una nuova trilogia firmata da Ali Chahrour, che segue l’ultima composta da Fatima, Leila’s Death e May He Rise. Protagoniste storie, leggende e poesie liriche (ghazal) che racchiudono tra le loro pieghe complessità politiche, religiose e sociali. Night le ripropone attraverso il movimento e la danza. Fonte di ispirazione della coreografia è “Masare ‘Al Ishshaq” (Deaths of Lovers, pubblicato per la prima volta nel 1907 AD / 1325 AH), un libro nel quale lo scrittore Abi Mohamed Jaafar Ben Ahmad Bin Hussein Al-Seraj Al-Qaree (noto come Al-Seraj Al-Qaree) ha raccolto tutte le storie di amanti consumati dalla passione e morti per amore.

MIMÌ E LE RAGAZZE DELLA PALLAVOLO

14 giugno Napoli Teatro Sannazaro 

laddove Mimì sta per Domenico –
scritto e diretto da Sara Sole Notarbartolo
con Fabiana Russo
musiche originali Massimo Cordovani
costumi Gina Oliva
voci registrate Ivna Curi, Lorenzo De Simone, Marco Palumbo, Sara Sole Notarbartolo, Fabio Rossi
produzione Taverna Est Teatro

La storia di Mimì, pallavolista con il mito di Mimì Hayuara, si ispira alla storia vera di Tifanny Pereira de Abreu, brasiliana, arrivata nella squadra Golem Palmi (vicino a Reggio Calabria) il 16 febbraio 2017. Tifanny è una pallavolista transessuale, era un uomo e si chiamava Rodrigo.
Per anni ha giocato in squadre maschili in giro per il mondo, oggi gareggia in serie A2 con le donne e siccome è molto forte in molti pensano che dovrebbe continuare a rimanere nel campionato maschile.
Ha cominciato la transizione da uomo a donna nel 2013, con l’assunzione di ormoni, si è operata nel 2014.
Nella nostra storia la vedremo nel momento in cui sta per realizzare il suo sogno «Ho sempre sognato di giocare le Olimpiadi con la nazionale brasiliana di pallavolo. Ma con la squadra femminile. Io mi sono sempre sentita donna, l’ho dovuto nascondere perché altrimenti non mi avrebbero fatto giocare in campo: ero un uomo ma fuori mi vestivo da donna, vivevo da donna.»

MADRE COURAGE E I SUOI FIGLI

14 e 15 giugno Teatro Nuovo Napoli 

di Bertolt Brecht
con Maria Paiato, Mauro Marino, Andrea Paolotti, Mario Autore, Tito Vittori (e cast in via di definizione)
musica Paul Dessau
scene Luigi Ferrigno
drammaturgia musicale e regia Paolo Coletta
produzione Società per Attori e Fondazione Teatro Metastasio di Prato
in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

prima assoluta

Uno spettacolo visionario, in cui i celebri songs di Brecht e la musica di Paul Dessau sono trasformati in una travolgente sequenza di brani dallo stile eclettico – dal suono classico contemporaneo all’elettronica – con l’intento di non tradire la forza dirompente che quelle musiche ebbero in epoca espressionista. Un titolo brechtiano, che, pur offrendo un argomento di eterna attualità quale quello della vita e della morte ai tempi della guerra, prevede forti componenti musicali. Brecht scrisse il testo quando era già in esilio nel 1938 alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Ma l’opera ha assunto il suo vero significato forse solo dopo la guerra, sottolineando implicitamente che l’umanità non riuscirà mai a imparare dai propri errori. Un lavoro ricco di contraddizioni e antinomie, a partire dalla principale, secondo cui Madre Courage si sforza di proteggere i suoi figli dalla guerra, ma li perde inesorabilmente uno dopo l’altro. In che modo è responsabile di ciò? Anna Fierling si chiama Courage: ma è davvero una donna coraggiosa o, piuttosto, una codarda? Brecht, nutrito anche dai ricordi della Grande Guerra del secolo XX, compone un’opera definitiva sulle guerre di tutti i tempi. In una nota del ’49, alla vigilia della storica messinscena di Berlino, Brecht precisa i punti essenziali che una rappresentazione di Madre Courage deve mettere in luce: «Che in una guerra non sono i piccoli che fanno i grossi affari. Che la guerra – che non è altro che un tipo di commercio ma con altri mezzi – trasforma tutte le virtù umane in una forza di morte anche in chi le possiede. Che nessun sacrificio è troppo grande per combatterla comunque». In quella stessa occasione aggiunse: «Se Madre Courage non ricava nessun insegnamento da ciò che le succede, penso che il pubblico, invece, può imparare qualcosa osservandola».
Zurigo 1941. Napoli 2019. La dichiarazione di Brecht è ancora attuale. Lo stato di guerra è uno dei pilastri su cui il Potere, dalla notte dei tempi, fonda la sua stessa ragion d’essere. E al mantenimento di questa eterna macchina da guerra partecipiamo tutti, volenti o nolenti.

CIRCO SCIO’ SCIO’ – “FEMMENIELLI, TOMBOLA E TAMMORRE”

14 giugno Napoli Piazzetta Trinchese

Spettacolo serale libero di piazza

progetto e realizzazione artistica Luigi Pernice Di Cristo
con Marcello Colasurdo, Ciro Cascina, Gerardo Amarante, Bruno Leone, Mariano Gil Rodriguez, Luigi Patano, Vincenzo Ciccarelli, Sabatino Esposito, Mario Menna, Marcello Squillante, Gianluca Fusco, Vincenzo Racioppi, Antonio Anastasia, Bruno Belardi e Michelangelo Rusco
costumi Salvatore Salzano
produzione A.B.A S.a.s. Libreria Libertà di Torre Annunziata

Lo spettacolo Circo Scio’ Scio’ nasce dopo nove anni di ricerche, incontri e scambi di esperienze con gli artisti, gli attori e i cantanti e le loro rispettive tradizioni legate ai differenti luoghi di provenienza, come l’Agro-Nocerino e la composita provincia napoletana.
L’importanza di questo spettacolo, il cui protagonista è “Il femminiello” nel suo polimorfismo di attore-cantante-tombolaro-ballerino di tammorra e poeta, è la continuazione di un tipo di rappresentazione popolare, che ha origini pre-cristiane.
Nel corso dei secoli, attraverso i cambiamenti culturali, politici e storici, la figura ha conservato una sua genuinità, senza mai tradire l’essenza del “doppio”, ovvero non cambiando mai la sostanza del significato del termine “femminiello”, che resta legato alla terra stessa che lo ha partorito, pur subendo nel tempo diverse denominazioni.
L’Afan, durante i dieci anni dalla sua fondazione, non ha mai smesso di raccogliere testimonianze e documenti fotografici sul tema, creando un immenso archivio di fotografie, filmati, lettere, racconti e ricordi con l’obiettivo di conservare la memoria di una cultura popolare che ormai sta scomparendo. Scopo dell’associazione è, dunque, raccontare e tramandare la storia dei “femmenielli”, riportando all’attenzione collettiva antichi riti della cultura popolare quali Il funerale di Carnevale, Il matrimonio, La figliata, I pellegrinaggi alle Sette Madonne che ancora oggi vengono tramandati nell’entroterra campano.

VITA MORTE E ORACOLI, LA CASA VIAGGIANTE

14, 15 e 16 giugno Napoli Ansa Teatro di San Carlo

un progetto dell’Associazione di promozione sociale Bus Theater
organizzazione Roberta Ferraro
regia Ilaria Cecere
con Alessio Ferrara, Ilaria Cecere, Francesca Masucci, Yuri Parascandolo
tecnica e allestimenti Luigi Tornincasa e Eva Di Jorio

Accompagnati da una sorta di Caronte dei luna park, i 15 spettatori si ritroveranno in uno spettacolo che li trasforma in ospiti di una vecchia casa/teatro abitata da spiriti. Dalla cucina-camera mortuaria ad uno sciatto salotto, dalla stanza-armadio custode di ricordi alla stanza da letto divinatoria, in ogni stanza vive un personaggio che racconta una piccola, personale storia. Come nel libro Alice nel paese delle meraviglie, in questa casa deformata tutto è troppo piccolo e nello stesso tempo grande, poiché negli spazi angusti ogni dettaglio diventa enorme, visibile, significante. Si compie così un viaggio per pochi intimi fra le reliquie di un amore perduto, le illusioni di un prestigiatore ubriaco, letture di tarocchi che suonano per l’ospite come parole del destino e una continua beffarda ed ironica presenza della morte, che si incarna nei toni noir di tutti i personaggi, a cominciare da Mariù il più vecchio degli abitanti della casa.
Vita, morte e oracoli è un approfondimento di Bus’ Rooms, vita morte e oracoli, spettacolo originale della compagnia Bus Theater, primo lavoro di studio e ricerca sugli spazi interni del grande teatro viaggiante, sperimentato sul campo nei quasi due anni di incontri con il pubblico nelle strade e nelle piazze d’Italia. Un’iniziativa dell’Associazione di promozione sociale Bus Theater, progetto artistico-culturale itinerante e indipendente portato avanti da un gruppo eterogeneo di giovani artisti e professionisti del settore che produce e mette in scena spettacoli teatrali, di danza, nuovo circo, teatro di strada, cinematografici e musicali.

ERODIADE

14, 15 e 16 giugno Teatro Elicantropo 

di Giovanni Testori
con Imma Villa
regia Carlo Cerciello
scene Roberto Crea
costumi Daniela Ciancio
musiche Paolo Coletta
luci Cesare Accetta
trucco Vincenzo Cucchiara
aiuto regia Aniello Mallardo
produzione Elledieffe e Teatro Elicantropo

prima assoluta

Per questa edizione del Napoli Teatro Festival Italia Carlo Cerciello porta in scena l’Erodiade nella riscrittura di Giovanni Testori e l’interpretazione di Imma Villa.
«Continuando a seguire – scrive il regista – quel filo invisibile e misterioso, rituale e irrituale, poetico e perciò eretico, quello sguardo oltre ciò che vediamo o che siamo assuefatti a vedere, quello sguardo, come affermava Heiner Müller, dentro le nostre stesse vene, che scorra con il sangue fino alla verità ultima, fino all’estremo teatrale, ho incontrato stavolta il linguaggio di Giovanni Testori e la sua Erodiade, nonché il meraviglioso componimento poetico Nel tuo sangue, che ben mi ha fatto comprendere il senso profondo della prima. Testori attraverso Erodiade, tenta di dire l’indicibile. L’indicibile conflitto tra umanità e divinità, tra religiosità e religione, tra desiderio e peccato, nonché il conflitto tra rappresentabilità e irrappresentabilità stessa del teatro, tra forma drammatica e forma poetica. Erodiade è solo un pretesto, lo sa persino la stessa attrice che accetta di interpretarne il ruolo, nel disperato tentativo di ribellarsi all’ideologia del nulla impostale, come donna da Dio e come personaggio dalla logica dell’autore, ma ciò facendo, il suo destino non potrà che essere: “l’ombra; l’umana bestemmia, l’inesistenza, la cenere, il niente.” Erodiade fa a pezzi, infatti, non solo la inutile santità di Giovanni, morto casto per un Dio che lo ignora e lo abbandona, ma soprattutto il concetto di “incarnazione”; quella di Dio nel Cristo di Giovanni, che introduce il peccato e impedisce all’uomo ogni aspirazione al divino, ma anche “l’incarnazione del testo” pretesa e imposta dall’autore all’attrice-personaggio, mostrando così, quanto sia umanamente inevitabile il fallimento di qualsiasi dogma».

ESSERE DYLAN DOG

Dal 14 al 23 giugno Napoli Palazzo Venezia

primo spettacolo teatrale, immersivo ed esperienziale, sul personaggio creato da Tiziano Sclavi
progetto a cura di Comicon
in collaborazione con Sergio Bonelli Editore e Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

Quattro performance al giorno nel suggestivo scenario di Palazzo Venezia, edificio storico che sorge nel cuore brulicante di Napoli, per condurre lo spettatore nel mondo di uno dei più famosi personaggi della Sergio Bonelli Editore. Appassionati e curiosi che parteciperanno all’evento potranno vivere da protagonisti un’avventura del detective, immergendosi nei luoghi e in alcune ambientazioni del celebre fumetto generato dalla fantasia e dalla matita di Tiziano Sclavi.
Il concept dello spettacolo, un grande esperimento live di contaminazione tra i linguaggi, prevede una innovativa ed intensa esperienza del visitatore.
Lo spettacolo, della durata di circa un’ora, si svolgerà nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia per un periodo di dieci giorni e sarà fruibile da un numero limitato di spettatori per volta. Le performance vedranno coinvolti dodici attori che, impersonando i personaggi chiave delle storie di Dylan Dog – da Groucho a Morgana, da Bloch alla Morte, da Xabaras alla Signora Trelkovski –, accoglieranno il pubblico negli ambienti nei quali verranno ricreati alcuni dei luoghi-simbolo delle più conosciute storie “dylandoghiane”: lo Studio di Dylan Dog, l’ufficio dell’Ispettore Bloch a Scotland Yard, la casa della Signora Trelkovski, oltre ad ambienti che ricreano degli esterni (tra questi, l’immancabile cimitero). Tutte le scenografie ricostruiranno fedelmente, e con la massima attenzione per i dettagli, quanto i lettori hanno amato nelle storie dell’Indagatore dell’Incubo e i visitatori saranno indotti, grazie a un artificio drammaturgico, ad entrare con tutti e due i piedi in una storia di Dylan Dog, fino a mettersi nei panni del personaggio, impegnandosi così nella risoluzione dell’enigma che si presenterà loro. Fino, appunto, ad “Essere Dylan Dog”.

LA MISERIA DELUXE

15 giugno Giardino Romantico di Palazzo Reale
Da Lisbona. La Miseria Deluxe suona un tango pirata, rubato ai grandi saloni asettici e restituito alla contaminazione delle vecchie taverne, dove si mescolano risa di disperazione e deliri poetici con alito di alcool, tabacco e sudore.

LA DAMA BIANCA SEMUÀ

15 giugno Napoli Teatro Sannazaro 

di Igor Esposito
con Angela Pagano e Flo
regia Igor Esposito

La dama bianca semuà è una pièce in forma di suite dove prendono corpo, raccontandosi e rincorrendosi, tre voci di donna. Tutte e tre, ognuna a suo modo, cantano l’amore per un uomo che ha segnato la storia del ciclismo: il campionissimo Fausto Coppi. Un amore e una storia che fece gridare allo scandalo nell’Italia degli anni cinquanta. Uno scandalo che portò anche al carcere per abbandono di tetto coniugale. Bruna Coppi e Giulia Occhini. Moglie o amante. Matrimonio e adulterio. Fedeltà dell’amore o amore che stravolge. E come un controcanto, a queste due voci, la voce di una donna anonima e popolare che, sullo sfondo della storia da rotocalco, ricorda il suo amore di giovinezza con malinconia e velata ironia. E così, ancora una volta, queste tre voci, saltano sulla bicicletta del campionissimo, ma a dispetto delle imprese del Coppi qui non c’è nessun passo del Turchino né salita del Tourmalet né dell’Alpe d’Huez da scalare, ma la vetta è la vita, con tutto ciò che è stato e con tutto ciò che è svanito.

EINS ZWEI DREI

15 e 16 giugno Napoli Mercadante 

creazione Martin Zimmermann
co-creato e interpretato da Tarek Halaby, Dimitri Jourde, Romeu Runa, Colin Vallon
creazione musicale Colin Vallon

prima nazionale

Dopo aver partecipato al Napoli Teatro Festival Italia nel 2010 e nel 2015 insieme a De Perrot e averci fatto conoscere il loro mondo fatto di circo e acrobazia, quest’anno Martin Zimmermann torna a Napoli con uno spettacolo da lui diretto.
«In questo spettacolo affronto, attraverso tre personaggi, temi forti come l’autorità, la sottomissione e la libertà, sia dell’infanzia che della follia. Inserisco questo trio e le sue tensioni all’interno di un mondo asettico, sottomesso a strette convenzioni e precisi codici sociali. Un museo è infatti una istituzione pubblica che tutti conosciamo, ma è anche la quintessenza dell’eleganza, del buon gusto, dell’ordine e della memoria collettiva che una società ha creato. È un luogo che pullula di regole e di divieti, con un proprio sistema di valori che determina cosa viene consentito e cosa no.
A mio avviso i visitatori di un museo sono esattamente come le opere che si vengono ad ammirare. Nel mio lavoro, i corpi hanno una qualità materiale e gli oggetti una dimensione umana. Amo la collisione dei doppi e i possibili multipli drammatici che questo incontro genera. Da diverso tempo sono interessato a comprendere la figura del clown all’interno del teatro contemporaneo. Un clown non è un attore, non ha un genere. La sua figura ruota attorno alla questione dell’esistenza. Per i tre personaggi di Eins Zwei Drei, la domanda centrale che ci si pone è “Come faranno a sopravvivere?”. Questa triangolazione sprigiona tutta la poesia, la violenza e la complessità delle relazioni umane».

ARAPUTO ZEN

16 giugno Giardino Romantico di Palazzo Reale
Gli Araputo zen nascono fra le strade di Napoli, città ricca di stimoli e fonte di grandi ispirazioni. Energia, grinta, creatività sono gli elementi chiave di uno stile artisticamente onnivoro. Al Dopofestival presenteranno il loro ultimo album, Maiacosajusta, di freschissima uscita.

NON PLUS ULTRAS

16 giugno Napoli  Teatro Sannazaro
uno spettacolo di Adriano Pantaleo e Gianni Spezzano

con Adriano Pantaleo
drammaturgia e regia Gianni Spezzano
scene Vincenzo Leone
costumi Giovanna Napolitano
luci Giuseppe Di Lorenzo
contributi multimediali e foto di scena Carmine Luino
collaborazione alla drammaturgia Adriano Pantaleo
produzione Argot produzioni / Teatro Eliseo / Nest
in collaborazione con La Corte Ospitale

«Il modello di vita dell’Italia non può essere e non sarà mai quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi. Lo sport è un’altra cosa». Sergio Mattarella (durante Il Messaggio del Presidente della Repubblica agli Italiani del 2018)
Qual è il modello di vita degli Ultras?
Attraverso un’indagine teatrale durata quattro anni, abbiamo cercato di dare una risposta a questa domanda. Il modello di vita degli Ultras si racchiude in una sola parola: Mentalità.
Dunque, cos’è la Mentalità?
È una filosofia di vita basata su delle regole non scritte ma condivise tacitamente da tutti gli Ultras. L’impianto drammaturgico dello spettacolo procede alla scoperta di questo codice etico e comportamentale svelandone i pregi e i limiti.
Ciro cerca di conquistare la dolce Susanna, figlia del temuto capo Ultras Biagio ‘O Mohicano. La sua strategia è semplice: riuscire ad introdursi nel mondo della curva e conquistare la benedizione dal padre della ragazza. Ciro nel tentativo di sedurre resta sedotto, completamente catturato da quella mentalità che sembra dare un senso alla sua vita piatta e monotona che ha sempre detestato.
Però.
Cosa vuol dire essere un Ultras? Che responsabilità porta? Che legame corre tra lo stato civile e il movimento Ultras? Che costi ha essere un ultras?
Non Plus Ultra, ovvero “non più oltre”, la scritta che Ercole incise, sulle colonne omonime, per stabilire il limite al quale l’uomo aveva accesso. Qual è questo limite? Ciro lo scoprirà, a sue spese.

OTELLO CIRCUS

16 e 17 giugno Cortile d’Onore di Palazzo Reale 

di Antonio Viganò e Bruno Stori
orchestrazione e direzione musicale Marco Sciammarella, Pilar Bravo
con Rodrigo Scaggiante, Mirenia Lonardi, Matteo Celiento, Maria Magdolna Johannes, Jason De
Majo, Michael Untertrifaller, Daniele Bonino, Rocco Ventura
con l’Orchestra Luca Baldan – Davide Bagliani – Mirko Sabini (percussioni), Alice Catania (flauto),
Miriam Marcone (clarinetto), Alessio De Paoli e Riccardo Masciadri (contrabbasso), Christian
Mascheroni (piano), Maria Press – Marco Sicca – Maria Pia Abate – Pietro W. Di Gilio, Pasquale
Prestinice – Jacopo Wiquel (violini), Andrea Stringhetti – Eliana Gintoli – Pinuccia Gelosa – Giulia
Garrita – Bianca Sannino – Pinuccia Gelosa (violoncello), Marco Sciammarella (xylofono), Carlo Pensa (glockenspiel)
con i cantanti Paolo Cauteruccio (tenore), Raffaele Facciola (baritono), Francesca Pacileo (soprano)
scene e regia Antonio Viganò
collaborazione artistica Antonella Bertoni
costumi Roberto Banci – Sartoria teatrale Tirelli
light design Michelangelo Campanale
direzione tecnica Andrea Venturelli
direzione di produzione Paola Guerra
organizzazione Claudio Ponzana
produzione Teatro la Ribalta – Kunst der Vielfalt in collaborazione con l’Orchestra AllegroModerato
in collaborazione con Lebenshilfe Südtirol, Res. artistiche “Olinda” – Festival “Da vicino nessuno è
normale” – Milano
con il sostegno di Fondazione Altamane Italia

Otello Circus è un’opera lirico-teatrale ispirata ai lavori di Giuseppe Verdi e William Shakespeare. In un vecchio circo, dove tutto sembra appassito, Otello è costretto a rappresentare la sua personale tragedia: è la sua condanna, la pena che deve scontare per il suo gesto efferato ed omicida. Gli altri personaggi dell’Opera di Verdi e Sheakespeare – Desdemona, Cassio, Jago, Roderigo ed Emilia – si spartiscono i vari mestieri: l’acrobata, il lanciatore di coltelli, l’equilibrista, l’inserviente, il domatore. Ogni giorno, da anni, più volte al giorno, quella tragedia della gelosia si ripete e gli interpreti, oramai diventati personaggi consumati, deboli e fragili, sono incapaci di fermare la parabola. I fantasmi delle vittime di femminicidio vagano invano per cercare di interrompere quella giostra e ricordare, a chi guarda, che l’amore che uccide è contro natura. Il progetto nasce dall’incontro tra il Teatro la Ribalta-Kunst der Vielfalt di Bolzano e l’Orchestra Allegromoderato di Milano, e dalla volontà di costruire insieme, valorizzando le proprie specificità e alterità, un percorso artistico e musicale. Gli attori ed i musicisti “di-versi” restituiscono l’Opera, con una propria personale visione, una propria singolare poetica, mettendo in scena un grande circo dei sentimenti umani dove tutto è dominato dalle passioni e dalle ambizioni dei personaggi.

ILLEGITTIMA DIFESA

17 giugno Giardino Romantico di Palazzo Reale

L’ultimo grido in forma spettacolo, disperato, spietato, ironico e crudo in tutta la sua essenza e fisicità. Questo è Illegittima difesa il nuovo lavoro di Peppe Lanzetta. Una volta si poteva dire “un ritorno alle origini” ma Lanzetta oggi dice un riappropriarsi della propria coscienza.

ET SI DEMAIN

17 giugnoTeatro Nuovo Napoli 

coreografia Nidal Abdo
creazione Collectif Nafass
con Nidal Abdo, Samer Al Kurdi, Alaaeddin Baker, Maher Abdul Moaty
musica Osloob e Trio Joubran
luci Jimmy Boury
costumi Samer Al Kurdi
produzione Atelier des artistes en exil

Spettacolo programmato in collaborazione con La Francia in Scena. La Francia in Scena, stagione artistica dell’Institut français Italia, è realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno dell’Institut français e della Fondazione Nuovi Mecenati.

prima nazionale

La guerra lascia un segno indelebile nei paesi che attraversa. La sua presenza sconvolge le prospettive di vita, il senso di identità, il sentimento di appartenenza. Perché io, perché noi, perché l’Uomo?
Queste sono le domande che hanno spinto la compagnia Nafass a creare Et si demain, uno spettacolo di danza contemporanea che indaga ricordi, privazioni, dolori, emozioni raccontati attraverso il linguaggio del corpo – che diventa linguaggio dell’anima – grazie ai quattro danzatori siro-palestinesi.
«Sono sempre là anche senza essere presente – scrive il coreografo Nidal Abdo –. “Là” per me è la Siria, il paese nel quale sono cresciuto, il paese che mi ha dato una cultura, delle aspirazioni, dei gusti musicali, dei compagni di vita. Un paese straziato da sei anni che, come la maggior parte di noi, è ormai alla deriva. Ho cercato di imparare a dimenticare concentrandomi unicamente sul presente. Quando ho parlato della mia intenzione di scrivere Et si demain mi ha sorpreso scoprire che altre persone erano pronte a parteciparvi. Più che una nuova creazione, questo lavoro sarà una catarsi; la nostra maniera di esprimere ciò che ci fa soffrire, ciò di cui non vogliamo parlare perché troppo intimo, troppo sensibile o semplicemente perché non ci sono le parole per farlo».
“Nafass” in arabo significa “respirazione profonda”. Fondata nel maggio 2018, la compagnia unisce soprattutto amici che condividono due linguaggi: l’arabo e la danza. Artisti dai percorsi e dalle tendenze diversi ma accomunati dall’aver vissuto tutti l’esilio e la perdita. Insieme desiderano portare alla luce e comprendere la complessità del dramma siriano.

VITA A RATE

17 e 18 giugno Teatro Trianon-Viviani 

scritto e diretto da Riccardo Caporossi
con Nadia Brustolon e Vincenzo Preziosa
luci di Nuccio Marino
produzione Club teatro – Rem & Cap Proposte

prima assoluta

Due personaggi: Modì e Madì; un uomo e una donna, in età. Vivono da pagliacci, infilati in due comignoli antivento a pappagallo. I volti anneriti come gli spazzacamini, con i quali, però, non hanno alcuna relazione e tanto più con quelli sognatori di Mary Poppins. Insieme tentano di condividere il loro disarmante isolamento e abbandono da quella umanità cui credono di appartenere. Parlano di diverse storie, della loro storia, interrotti periodicamente dal vento che muta la direzione dei comignoli, che lascia andar via le loro parole. La loro prigionia non ha alcun valore simbolico. È un pretesto. «Modì e Madì, il loro tempo e il loro spazio, li ho potuti conoscere soltanto un po’, senza sentire affatto il bisogno di comprenderli – scrive il regista. Quello che ho potuto ascoltare da loro l’ho messo in scena. È possibile anche che siano soltanto una invenzione, materializzata attraverso il fumo della canna fumaria, che azzarda a comporre, a contatto con l’aria, le infinite particelle di una forma finita: il loro volto e parte del corpo. Non so niente di più di quanto non ne sappia il futuro spettatore che si applichi attentamente alla visione».

IVO PARLATI

18 giugno Giardino Romantico di Palazzo Reale
Ivo Parlati – Batteria
Alessio Bonomo – voce e chitarra
Matteo D’Incà – chitarra ed elettronica

Ivo Parlati porta sul palco del Napoli Teatro Festival Italia l’idea dell’incontro. L’incontro tra suoni e canzoni, parole e improvvisazioni. Il suono prenderà forma ponendo al centro di esso
anche la voce e le canzoni di Alessio Bonomo mischiando suoni acustici ed elettronici

PRIMO AMORE – ATTO SENZA PAROLE 1-2

18 giugno Napoli Cortile delle carrozze di Palazzo Reale 

Primo Amore: di Samuel Beckett
con Sergio Longobardi
regia Costantino Raimondi
assistente alla regia Annalisa Arbolino
scenografia Mediaintegrati
creazione luci Gaetano Battista
costumi Tata Barbalato
produzione Indila e Nuovo Teatro Sanità
organizzazione Indila – Antonio Nardelli
diritti di autore Agenzia Teatrale D’Arborio

Atto senza parole: di Samuel Beckett
con Costantino Raimondi
regia Costantino Raimondi
assistente alla regia Annalisa Arbolino
scenografia Mediaintegrati
creazione luci Gaetano Battista
costumi Tata Barbalato
produzione Indila e Nuovo Teatro Sanità
organizzazione Indila e Antonio Nardelli
diritti di autore Agenzia Teatrale D’Arborio

Atto senza parole 2: di Samuel Beckett
con Costantino Raimondi e Sergio Longobardi
regia Costantino Raimondi
assistente alla regia Annalisa Arbolino
scenografia Mediaintegrati
creazione luci Gaetano Battista
costumi Tata Barbalato
produzione Indila
organizzazione Indila e Antonio Nardelli
diritti di autore Agenzia Teatrale D’Arborio
produzioni Indila e Nuovo Teatro Sanità

Primo amore di Samuel Beckett fu scritto nel 1946, ma rimase inedito per quasi venticinque anni, fu pubblicato solo nel 1970, dopo il conferimento del Nobel nel 1969 allo stesso Beckett. Il protagonista della novella è un “clochard”, un vagabondo che racconta della tomba del padre e del cimitero dove riposa e dell’innamoramento per Lulu. L’opera è un viaggio-ricordo, pieno di umorismo disincantato e di avversioni oniriche, che lascia spazio a interventi diretti e imprevisti. La mancanza di azione è movimento. Atto senza parole 1 è una pièce dove il protagonista in un spazio neutro tenta ironicamente il suicidio, non riuscendoci a causa di alcuni oggetti che gli orbitano intorno, sfiorando il tragicomico. L’azione corporea rende “visibile, l’invisibile”. In Atto senza parole 2 i personaggi A e B sono simili, ma opposti nei comportamenti: pigro il primo, scrupoloso il secondo, chiusi dentro due sacchi ripetono gesti del quotidiano. «Il mio linguaggio parte dal corpo, mezzo che esprime attraverso il gesto, il pensiero e le emozioni un immaginario collettivo, teatrale e contemporaneo – scrive Costantino Raimondi. Lo scopo è di recuperare la risonanza lirica attraverso il silenzio per dare all’interprete voce, peso e densità. È un teatro di maschera e carne, pragmatico e non psicologico. Movimenti obliqui, soffi e sudori. Gli spettacoli si intrecciano e agiscono in azioni del volere o non, partire o restare, tra sogno e realtà».

IL MOTORE DI ROSELENA

18 giugno Napoli Teatro Sannazaro

di Antonio Pascale
con Gea Martire

Storia in forma monologata di un’emancipazione femminile, in provincia di Napoli, riuscita in parte, per metà. Con uno stile comico e tragico insieme, si attraversano 40 anni di storia, costumi e modi di vivere seguendo le vicende di Roselena, la sua passione per le macchine, i suoi desideri che entrano in conflitto con la società maschilista e chiusa. L’importante nella vita è avere un motore e Roselena ce l’ha in testa come un chiodo fisso. Fin da piccola. Con grande meraviglia la madre si rende conto che il rumore dei motori delle macchine l’acquieta come nessuna ninna nanna e la mette di buon umore. Crescendo, il suo linguaggio dialettale, spesso sgrammaticato, colorito e poco forbito, diventa adeguato, calzante, perfetto se si ritrova a parlare di motori, carburatori, testate, pistoni, aerodinamicità, e siccome non sa parlar d’altro per lei persone e sentimenti equivalgono ai pezzi che compongono una macchina.
Roselena è seduta, o semisdraiata, su un bizzarro sedile simile a quello di una macchina da corsa con uno strano casco in testa. Bip bip, confusi rumori, che poi si precisano sempre più come rombo del potente motore di una Lancia Stratos Gruppo 4, accompagnano il racconto di Roselena che si sviluppa in cinque movimenti: parte, con la prima marcia, dagli anni 70, arriva, in quinta, all’inizio del 2000.
E noi partiamo con lei e viaggiamo nella sua vita.

ANTOLOGIA DEL TEATRO GRECO CONTEMPORANEO

18 giugno Napol  Made in Cloister

un progetto di ETP Books
Relazioni introduttive del presidente del Centro Niarchos di Atene, Lidya Koniordou, dell’autrice Elena Penga, dell’autore Akis Dimou, del direttore artistico del Napoli Teatro Festival Italia Ruggero Cappuccio e di Nadia Baldi

Un’antologia composta da otto testi scritti da altrettanti autori, riconosciuti come rappresentativi della produzione teatrale greca contemporanea: Sofia Kapsourou, Elena Penga, Akis Dimou, Jannis Mavritsakis, Lena Kitsopoulou, Vassilis Katsikonouris, Nina Rapi e Andreas Staikos.
Per l’evento, inserito nel programma culturale istituzionale Italia-Grecia dal titolo “Tempo Forte”, è prevista una presentazione del volume con gli interventi dei direttori artistici e dei curatori dell’antologia, intercalati da intermezzi recitati tratti dalle opere selezionate. Nell’occasione, sarà presentato un accordo di collaborazione teatrale tra i direttori, in un gemellaggio tra Campania e Grecia. L’evento gode del patrocinio del Ministero Cultura Greca, dell’Ambasciata italiana di Atene, dell’Ambasciata greca di Roma, del Consolato greco di Napoli, della Regione Campania con il Napoli Teatro Festival Italia, della Comunità ellenica di Napoli e Campania e dell’Università degli studi di Napoli L’Orientale.

PROGRAMMA CINEMA

Dal 19 giugno al 1 luglio Giardino Romantico di Palazzo Reale A cura di Roberto D’Avascio – Arci Movie

19 giugno OTELLO di Orson Welles 20 giugno IL FASCINO DISCRETO DELLA BROGHESIA di Luis Bunuel

21 giugno MACBETH di Roman Polanski 22 giugno ADDIO FRATELLO CRUDELE di Giuseppe Patroni Griffi

23 giugno FRANKESTEIN JUNIOR di Mel Brooks 24 giugno BRAZIL di Terry Gilliam 25 giugno RICCARDO III  di Richard Loncraine

26 giugno SHAKESPEARE IN LOVE di John Madden 27 giugno THE QUEEN – LA REGINA di Stephen Frears

28 giugno CESARE DEVE MORIRE di Paolo e Vittorio Taviani 29 giugno BLACK MASS – L’ULTIMO GANGESTER di Scott Cooper

30 giugno L’ULTIMA TEMPESTA di Peter Greenaway 1 luglio TITUS di Julie Taymor

MERCATO DELL’ARTE E DELLA CIVILTÀ

19 giugno Napoli Made in Cloister

un progetto di Tradizione Teatro
a cura di Davide Sacco
interventi di Peter Stein, David Larible, Stefano Benni, Moni Ovadia, Ignacio Garcìa, Alvaro Tato, Piotr Cholodzinski
Sarà presente una delegazione del progetto “Spettatori Erranti”

II Edizione – MANIFESTO

Il Mercato dell’Arte e della Civiltà, nella sua nuova edizione denominata “O’ Manifest”, sarà una “maratona dell’arte” che metterà a confronto artisti, operatori del settore dello spettacolo dal vivo e spettatori per dibattere sull’attuale situazione del Teatro internazionale. In una giornata ricca di interventi, reading, performance e proiezioni, sarà creato un manifesto che, in pochi punti, tenterà di raccontare quali sono i principali obiettivi della scena nei confronti di Stato, Arte e Pubblico. Il manifesto verrà divulgato attraverso diverse piattaforme nelle maggiori strutture teatrali europee.

FINISCE PER “A”

Soliloquio tra Alfonsina Strada, unica donna al Giro d’Italia del 1924, e Gesù

19 giugno Napoli Teatro Sannazaro 

di Eugenio Sideri
con Patrizia Bollini
regia Gabriele Tesauri
voce fuori campo Pierr Nosari
foto di scena Achille Lepera
un progetto di Patrizia Bollini – Eugenio Sideri
produzione Lady Godiva Teatro

Alfonsina pedala, pedala veloce sulla sua bicicletta.
Poco importa se i capelli non sono lunghi e vaporosi ma corti, “alla maschietto”…
Poco importa se le gambe non sono lisce e snelle, ma tozze e muscolose…
Poco importa se tutti la prendono per “matta”…
Poco importa se viene vista come un fenomeno da baraccone…
Lei corre, sulla sua bicicletta, e pedala pedala pedala.
Facile a dirsi, oggi, di una donna che corre in bicicletta, ma meno facile 95 anni fa, precisamente nel 1924, quando Alfonsina Morini, maritata Strada, si iscrive e partecipa al Giro d’Italia. Prima ed unica donna a farlo, in quel tempo. Uno scandalo, per quella “corriditrice” che tutti credevano volesse sfidare gli uomini, ‘i maschi’. Ma Alfonsina voleva solo volare sulle ruote, correre nel vento, arrampicarsi per le montagne. E “il diavolo in gonnella” lo fece. Per tutta la vita, perché per tutta la vita la sua grande passione per le due ruote continuò.

Note di regia
Quando Patrizia mi ha parlato, per la prima volta di Alfonsina, le ho visto gli occhi luccicare. Io sono un uomo, un ‘maschio’, e credo che non potrò mai capire fino in fondo cosa possa significare per una donna, specie in quegli anni, affrontare la società – seppur sportiva- dei ‘maschi’. E così ho provato a salire anche io sulla bicicletta delle parole, e a ripercorrere, insieme ad Alfonsina, il suo Giro d’Italia e le sue successive mirabolanti imprese che ne fecero un’eroina del tempo. E ho provato ad immaginare questa ragazza che, nella solitudine delle salite o nelle lunghe traversate delle pianure afose sulle strade sterrate, pedalasse e parlasse… parlasse per non sentire la fatica, per non ascoltare chi la osteggiava, per non smollare mai… ecco, avviasse un dialogo con Gesù. Si tratta di un Gesù nei ricordi del Catechismo, un Gesù che sta nel Cielo e nella Terra, nelle cose che la circondano, nel vento che le sbatte contro, nella pioggia che le serra gli occhi, nel sole che la acceca… un Gesù che, come lei, è stato condannato dalla legge dei ‘maschi’. Non si tratta di una preghiera, ma di un vero e proprio soliloquio, parole dette nella mente, raccolte nelle gambe e animate dal respiro, affaticato ma felice, di chi non si è mai voluto arrendere.
Patrizia Bollini dà voce e corpo a questa incredibile pioniera dello sport femminile, meno nota della coetanea Ondina Valla, ma altrettanto importante nella storia dell’emancipazione sportiva – e sociale – delle Donne. Patrizia-Alfonsina si racconta, parlando con Gesù, attraverso una Via Crucis in bicicletta, attraverso le lunghe e faticosissime tappe del Giro d’Italia del 1924, e delle altre imprese, dando voce alle storie, agli aneddoti ma pure dando voce al primo marito – recluso e morto in manicomio- e alla madre, Virginia, massaia analfabeta della Bassa Emilia, madre di altri otto figli. Un avvincente monologo tra sudore e stati d’animo semplici e generosi.

TERRA ‘E NISCIUNO

19 giugno Napoli Spazio della commedia futura
Movimenti anacronistici in un quadro

ispirato al dramma Il marinaio di Fernando Pessoa
con gruppo ragazze Istituto Penitenziario Minorile Nisida
violoncello Manuela Albano
scenografia e costumi Artkimia
progetto immagini Ciro Pellegrino
partitura gestuale Olimpia Panariello
aiuto regia Elena Pellecchia
regia Ciro Pellegrino
produzione Ass. Culturale SCECUFE

Terra ‘e nisciuno nasce da un percorso di laboratorio tenuto con un gruppo di ragazze dell’Istituto Penitenziario Minorile di Nisida. Il testo si ispira ad alcune visioni tratte dal Dramma Il marinaio di Fernando Pessoa. Tra parola e teatro danza, il lavoro vuole essere anche un omaggio a Philippine Bausch, detta Pina, in occasione del decimo anniversario della morte. Scrivono Ciro Pellegrino ed Elena Pellecchia: «Terra, sostanza, elemento, approdo, ritorno e partenza. Donne che partono per un viaggio, lo immaginano, lo sognano, lo cercano, lo contrastano. Mosse dalla ricerca della Terra, Terra nelle mani, nelle tasche, nelle ossa. Un unico motore interno, andare e scoprire, aspettare e fermarsi nel tempo dell’attesa ascoltando i movimenti urlanti del corpo. In scena le donne e le valigie, custodi di segreti, misteri, appartenenze, sono il patrimonio umano dal quale partire. Fare e disfare valigie è un atto ripetuto, un rituale al quale non ci si sottrae, a volte ci si inganna, altre si tollera quasi come un sacrificio dovuto e voluto. Dalle valigie esce e rientra un flusso di vita pulsante, le donne seguono il ritmo delle loro passioni, ad un certo punto si affidano, ci credono. Foto e immagini come stimolo per riannodare i fili di un legame con l’antico, il sacro, il prima e il dopo, quello senza tempo, così si accendono i sogni. I corpi in scena raccontano di una “terra ‘e nisciuno” e per esistere davvero, queste donne parlano e si raccontano».

CORRERE

20 giugno Napoli Teatro Sannazaro 

da Jean Echenoz
adattamento di Antonio Marfella
con il coro di voci bianche Alma Choir diretto da Stefania Rinaldi
e un attore da definire

Il suo ritmo-gara in corsa si modifica costantemente, è fatto tutto di tempi spezzati, sottili cambiamenti di velocità di cui si dolgono amaramente quelli che lo inseguono. Non soltanto, infatti, per loro è quasi impossibile tener dietro senza scoppiare alla falcata breve, scomposta, irregolare e a scatti che Emil Inanella, non soltanto quelle incessanti variazioni di ritmo complicano loro spaventosamente la vita, non soltanto quell’andatura strana e sofferente, combinata con rigidi gesti da automa, li scoraggia perché li inganna, ma oltretutto quell’eterno ciondolare il capo e quel perenne mulinare le braccia dà loro il capogiro.
Questa una delle descrizioni del portamento di Emil Zátopek, il fondista cecoslovacco plurivincitore olimpico. Questo il tono della scrittura di Jean Echenoz. Stile scomposto quello di Emil, stile ironico quello di Echenoz. Un respiro da locomotiva umana quello di Emil, un respiro affatto eroico quello di Echenoz. Una ritmica di corsa rapsodica quella di Emil, una ritmica di racconto lineare e leggera quella di Echenoz. Entrambe, però, musica e musicale l’intuizione per tradurre in scena la storia di Emil. Musicalità affidata a voci lontane, sottili, ancestrali come quelle bianche. La fatica, la gloria e il tramonto di Emil si convertono all’adattamento narrativo di Antonio Marfella consegnando il “corpo dell’eroe” alla sua più naturale dimensione di corpo d’uomo normale. Un uomo normale a cui, semplicemente, piaceva correre..

VLADIMIRO MIRA IL MARE

20 giugno Napoli Cortile delle carrozze di Palazzo Reale

Dell’ingestibile smarrimento dell’essere

Partitura per Voce Corpo Capra e Contrabasso
dal progetto SOLIT’ARIA – Gestazioni sull’incontenibile andirivieni dell’essere pensante e inquieto
di Paola Tortora / Vintulerateatro
con Paola Tortora (Vladimiro), una Capra (Amaltea la Capra Dea), Stefano Profeta (Suggestioni sonore per Contrabasso)
direttore tecnico Massimo Vesco
assistente di scena Teodoro Bungaro
fotografia Francesco Truono
costumi Roberta Vacchetta
collaborazione artistica Marco Gobetti / Rodolfo Matto
scrittura creazione e regia Paola Tortora
produzione Associazione culturale Vintulerateatro

Questa creazione narra di un viaggio in Solitaria, che affronta il tema dello smarrimento dell’essere in rapporto con l’universoImmersi come siamo nell’epoca della disattenzione e della sempre più scarsa osservazione del Sé, la pièce offre l’occasione di poter fare una particolare riflessione sulla natura dell’uomo e dei suoi eterni dilemmi. Ispirata ai racconti di Samuel Beckett, questa partitura, originale, surreale e poetica per voce, corpo, capra e contrabbasso, è dedicata a ‘Vladimiro’, uno dei più noti “esausti” del teatro Beckettiano, incarnato secondo una rilettura che dell’originale matrice ne conserva solo opache sfumature. In questa scrittura si immagina che Vladimiro, rimasto solo sulla scena dell’impossibile, paradossalmente smetta di aspettare Godot e decida di andarlo a cercare, ma naturalmente il suo vano tentativo di fuga dalla sua condizione, non può che tradursi in un sogno. L’azione è dunque un sogno in cui, l’uomo, vissuta una singolare metamorfosi che lo cala nei panni di un grottesco clown, inizia ad aggirarsi alla ricerca di nuovi paesaggi interiori, fino ad incontrare Amaltea la capra dea, incarnazione della sua insaziabile Anima. Con tale creatura, simbolo del divino, Vladimiro ordisce un bizzarro dialogo, elucubrando concetti apparentemente astratti, che toccano in realtà i più grandi misteri della vita, fino a giungere in un ‘altrove’ dove ancor di più non si riconosce. Perso nei labirinti del Sè e rapito da una singolare inquietudine, l’uomo esplora l’inesauribile condizione di chi non riesce in alcun modo nè a restare né ad andar via dai luoghi che abita, siano essi reali o visionari, finchè qualcosa di colpo… lo sorprenderà. Tutto si svolge in una dimensione onirica estrema, tipica di un certo teatro dell’assurdo, in uno spazio-tempo dilatato e orizzontale, dove la parola si compone e scompone in frammenti paradossali, non sempre conseguenziali, ed in cui l’azione, che si presta a sottili ma frequenti momenti d’ironia e comicità è, in buona parte, affidata all’improvvisazione sia dell’attrice che del musicista, per la presenza in scena di una capra in carne ed ossa , grande Maestra ispiratrice di “gestimpossibili” , atti e suoni inesaudibili a riempire un vuoto apparentemente incolmabile.

CRIA

20 e 21 giugno Teatro Nuovo Napol

coreografia Alice Ripoll
danzatori Tiobil Dançarino Brabo, Kinho JP, VN Dançarino Brabo, Nyandra Fernandes, May Eassy, Romulo Galvão, Sanderson Rei da Quebradeira, Thamires Candida, GB Dançarino Brabo, Ronald Sheik
assistente coreografa e tecnico del suono Alan Ferreira
manager Rafael Fernandes
luci Andréa Capella
costumi Raquel Theo
direzione musicale Funk DJ Pop Andrade
scenografie Caick Carvalho
video e foto Renato Mangolin
realizzato con il sostegno Centro Coreográfico da Cidade do Rio de Janeiro, Casa do Jongo, Rafael Machado Fisioterapia

prima nazionale

Ispirato al Passinho, uno stile di danza urbana di Rio de Janeiro, la performance esplora la sfera della sensualità attraverso l’intreccio del funk con la danza contemporanea. Il lavoro indaga il concetto di creazione, i suoi modi e le sue possibilità: creare uno spettacolo, creare una nuova tecnica, creare una nuova vita. La danza neonata qui trasforma la violenza dell’attuale contesto brasiliano in potere creativo.
Alice Ripoll è nata a Rio de Janeiro. Intraprende gli studi per diventare una psicanalista, ma all’età di 21 anni – incuriosita dalla ricerca sul movimento – cambia strada per dedicarsi alla danza. Si diploma quindi Angel Vianna’s school, un centro molto importante per la riabilitazione motoria, dove inizia a lavorare come coreografa. Attualmente il suo lavoro abbraccia diversi stili di danza contemporanea e urbana brasiliana, attraverso una ricerca che tenta di mutare in movimento le esperienze e i ricordi dei ballerini. Dirige due gruppi: REC e SOFT.

CHRONIQUES D’UNE VILLE QU’ON CROIT CONNAÎTRE

20 e 21 giugno Napoli Galleria Toledo 

testo Wael Kadour
regia Mohamad Al Rashi e Wael Kadour
con Mohamad Al Rashi, Ramzi Choukair, Hanane El Dirani, Amal Omran, Mouiad Roumieh, Tamara Saade
suono Vincent Commaret
luci Franck Besson
scenografia Jean-Christophe Lanquetin
amministrazione Estelle Renavant
traduzione Nabil Boutros
produzione Perseïden
in coproduzione con La Filature – Scène Nationale de Mulhouse, Kunstfest Weimar, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Le POC – Alfortville, Tandem – Scène Nationale Arras Douai, Théâtre Jean-Vilar de Vitry-sur-Seine
con il sostegno di AFAC – The Arab Fund for Art and Culture, Citizen Artists – Beyrouth, Heinrich-Böll-Stiftung, Middle East Office (Beirut), Maison Antoine Vitez, L’Onda – aide à la traduction et au surtitrage, Sundance Institut, La Spediam, Fonds Transfabrik – Fonds franco-allemand pour le spectacle vivant

Spettacolo programmato in collaborazione con La Francia in Scena. La Francia in Scena, stagione artistica dell’Institut français Italia, è realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno dell’Institut français e della Fondazione Nuovi Mecenati.

prima nazionale

Chroniques d’une ville qu’on croit connaître (Cronache di una città che crediamo di conoscere) si basa su una storia vera, avvenuta a Damasco all’inizio della rivoluzione: il suicidio di una giovane donna in una notte d’estate del 2011. La pièce non documenta l’incidente, ma si pone una domanda: come ha potuto una siriana, qualunque sia la sua appartenenza politica, non sapere ciò che stava succedendo nel suo paese mentre il movimento rivoluzionario rischiava di far cadere il regime da un giorno all’altro? Un avvenimento che nessuno, nemmeno abbandonandosi alla fantasia più sfrenata, avrebbe potuto immaginare qualche mese prima. Che tragedia ha vissuto questa giovane donna per voltare le spalle a tutto ciò che succedeva intorno a lei?
Il testo va a indagare questi temi. Evocando certi aspetti della società siriana prima e dopo lo scoppio della rivoluzione, mette in luce la violenza intrinseca a un sistema politico, economico, religioso instaurato e perpetuato da decenni. Una violenza esercitata quotidianamente sia nella sfera privata che in quella pubblica. Esplora le profonde e repentine fratture che ha conosciuto la società siriana durante i primi mesi della rivoluzione fino alla lotta armata. In filigrana, riflette sull’ipotesi spesso evocata, di una transazione graduale e inevitabile di un movimento rivoluzionario pacifico verso il conflitto armato. Riferendosi al passato, vicino ma anche lontano, Chroniques d’une ville qu’on croit connaître mostra il tentativo di comprendere ciò che sta accadendo oggi in Siria, di analizzare i modelli che dominano le relazioni tra i diversi ceti della società siriana.
Wael Kadour è autore, drammaturgo e regista, formatosi all’Istituto superiore di arti drammatiche di Damasco. Oggi rifugiato in Francia, è caporedattore del sito ARCP (Cultural Policy in the Arab World). Il suo teatro unisce la sfera privata a quella politica attraverso lo studio di testi di Sofocle, Dario Fo, Brecht, Sartre, Genet. In questa prospettiva si inserisce Chroniques d’une ville… Wael Kadour conosceva la giovane donna protagonista dello spettacolo. E per questa ragione si chiede: perché suicidarsi proprio quando il paese è attraversato da un nuovo vento? Per sfuggire alla sanguinosa repressione di Bachar el-Assad, Wael Kadour ha lasciato il proprio paese per rifugiarsi in Francia quando il suo amico attore Mohamad Al Rashi, è stato imprigionato. Una volta liberato, insieme realizzano lo spettacolo a partire da ricerche e testimonianze che rivelano un regime violento che annichilisce qualsiasi speranza di sogno o di futuro.

ANGELS IN AMERICA

Si avvicina il millennio e Perestroika

20 e 21 giugno Teatro Politeama 

di Tony Kushner
regia Ferdinando Bruni e Elio De Capitani
con Angelo Di Genio, Elio De Capitani, Cristina Crippa, Ida Marinelli, Marco De Gaudio, Sara Borsarelli, Alessandro Lussiana, Giusto Cucchiarini, Giulia Viana
scene Carlo Sala
video Francesco Frongia
costumi Ferdinando Bruni
luci Nando Frigerio
suono Giuseppe Marzoli
produzione Teatro dell’Elfo e Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

prima assoluta

Il Teatro dell’Elfo sceglie di riallestire il testo teatrale che nella storia di Broadway ha ottenuto il maggior numero di nomination ai Tony Award: Angels in America di Tony Kushner. Lo spettacolo, coprodotto da Fondazione Campania dei Festival, porta in scena, nella regia firmata a quattro mani da Bruni e De Capitani, il pluripremiato bestseller che racconta la discesa nelle contraddizioni dell’America di fine millennio.
Nel suo capolavoro Tony Kushner ha dipinto un inquieto ritratto della New York anni Ottanta, febbrile e onnivora, contenitore ideale delle contraddizioni di un’epoca che prolunga le sue inquietudini fino ai nostri giorni, dall’America reaganiana a quella dominata da Trump. Roy Cohn, il villain shakespeariano che domina la pièce, poteva sembrare un personaggio del passato: mitico avvocato e faccendiere, morto di AIDS nel 1986, considerato un mostro dalla stampa liberal e un fulgente eroe da quella di destra, era stato infatti il pupillo del senatore McCarthy. Invece è emersa tutta la sua attualità: “Roy Cohn was the original Donald Trump” ha scritto Frank Ritch sul New York Magazine. La rilettura dell’Elfo segue la struttura originale, divisa in due parti: Si avvicina il millennio e Perestroika. I due spettacoli hanno conquistato nel 2007 e nel 2009 tutti i maggiori riconoscimenti teatrali: premio ANCT (Associazione Nazionale Critici di Teatro), Miglior regia e Miglior spettacolo di prosa ai premi Eti – Gli Olimpici per il Teatro, Premi Ubu a Elio De Capitani come Attore non protagonista (nel ruolo dell’avvocato Roy Cohn), Premio Hystrio alla regia, premio Ubu a Ida Marinelli come Attrice non protagonista.
«”Where’s my Roy Cohn?” ha esclamato Donald Trump alla notizia che il suo Procuratore Generale, Jeff Sessions, si era dovuto dimettere per false comunicazioni al Senato e non avrebbe potuto proteggerlo dal Russiagate – si legge nelle note di regia – E dov’è il suo Roy Cohn, l’avvocato pescecane temuto e potentissimo che lo aveva salvato molte volte negli anni ottanta, con mille raggiri, da tante pesanti accuse? Dov’è il suo mentore, il suo amico e consigliere, il suo salvatore? È riapparso, con grande successo e timing perfetto, a teatro: perché è tornato in scena il bestseller del teatro americano, Angels in America. E riapparirà anche in Italia».

LO PSICOPOMPO

21 giugno Napoli Spazio della Commedia Futura

testo e regia Dario De Luca
con Milvia Marigliano e Dario De Luca
assistente alla regia Gianluca Vetromilo
disegno luci Dario De Luca
organizzazione generale Settimio Pisano
produzione Scena Verticale

Un uomo e una donna, chiusi in una casa, si confrontano sulla morte, sul desiderio di morte. Non in maniera teorica, ma concreta: la donna ha deciso di morire e vuole che l’uomo la aiuti a farlo.
I due non sono estranei ma una coppia, unita da un vincolo importante, intimo. Forse il più viscerale e violento rapporto che possa esistere tra le persone. L’uomo e la donna sono figlio e madre. Lui è un infermiere che, in maniera clandestina, aiuta malati terminali nel suicidio assistito. Lei è una professoressa che desidera morire e si trova davanti l’ultima persona che avrebbe voluto incontrare come interlocutore. Perché la madre vuole morire e perché non ha condiviso col figlio questa decisione? La tragedia si dipana in una dialettica, serrata ma placida, anche intorno a riflessioni sulla musica, presenza costante nelle loro vite. I due, con i loro rapporti interpersonali complicati, già minati da un’altra sciagura del passato, che a questa fa da sfondo, si troveranno a essere testimoni del mistero della morte e a contemplare l’abisso. «Mi si dirà che le malattie chiamate terminali portano alla morte — spiega il regista Dario De Luca —, spesso tra grandi dolori e svilimento della dignità della vita, mentre i cosiddetti dolori dell’anima no. Ma i dolori dell’anima sono meno atroci di quelli fisici? E non sviliscono altrettanto la vita? In questo secondo caso, a chi la pensa in maniera diversa dalla mia, verrà facile parlare di suicidio o, in termini giuridici, di omicidio del consenziente. Può darsi. Ne Lo psicopompo si parla di volontà di morire, quindi di suicidio, anzi, più precisamente di eutanasia attiva, visto che la protagonista non compie da sola l’atto finale di togliersi la vita ma lo delega a soggetti terzi».

SOUS UN CIEL BAS

21 e 22 giugno Napoli Sala Assoli 

Testo e direzione – Wael Ali
con Sharif Andoura, Nanda Mohammad
scenografia e costumi – Bissane Al Charif
drammaturgia e traduzione – Chrystèle Khodr
luci e direzione tecnica – Camille Mauplot
video – Ghazi Frini
musica – Yazan Charif, Akkad Nizam Edine
direttore di scena – Basile Pflug
produzione Les Bancs Publics – festival Les Rencontres à l’échelle
coproduzione Performance beyond two shores, progetto sostenuto dalla Commissione Europea nell’ambito del Programma Europa Creativa. Pôle des arts de la Scène — Friche la Belle de Mai Marseille (France) Arab arts focus avec le soutien de Stiftelsen Studio Emad Eddin et Ford Foundation (Egypte-Suède)Sous un ciel bas è sostenuto dalla Commissione Europea nell’ambito del Programma Europa Creativa. Les Bancs Publics è capofila del progetto Performances Beyond Two Shores

Partners: Les Bancs Publics (Marsiglia), Palais des Beaux Arts BOZAR (Bruxelles), Shubbak (Londra), Dancing on the Edge (Amsterdam), Weimar festival of arts (Weimar), Napoli Teatro Festival Italia (Napoli)
Partners associati: One Week Dance Fondation (Plovdiv), LOOP (Atene), SEE Foundation (Stoccolma), Suède avec D-CAF Festival (Il Cairo)

Spettacolo programmato in collaborazione con La Francia in Scena. La Francia in Scena, stagione artistica dell’Institut français Italia, è realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno dell’Institut français e della Fondazione Nuovi Mecenati

prima assoluta

Sous un ciel bas è sostenuto dalla Commissione Europea nell’ambito di Europa Creativa. Les Bancs Publics è capofila del progetto Performances Beyond Two Shores
Partner Les Bancs Publics (Marsiglia), Palais des Beaux Arts BOZAR (Bruxelles), Shubbak (Londra), Dancing on the Edge (Amsterdam), Weimar festival of arts (Weimar), Napoli Teatro Festival Italia (Napoli)
Partner associati One Week Dance Fondation (Plovdiv), LOOP (Atene), SEE Foundation (Stoccolma), Suède avec D-CAF Festival (Il Cairo)

Come si può fare teatro quando la realtà che si tenta di cogliere è affetta da perpetui e violenti cambiamenti? Come fare teatro in tempi di guerra? Per chi fare teatro?
È ciò che si chiede Wael Ali, scrittore e regista siriano, classe 1979. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Damasco, prosegue i propri studi a Lione con un master in arti dello spettacolo. Tra il 2003 e il 2006 lavora come drammaturgo a Damasco dove codirige e anima diverse comunità teatrali, principalmente con il collettivo Studio Théâtre.
Sous un ciel bas (Sotto un cielo basso) è uno spettacolo di teatro documentario che si sviluppa in un’andata e un ritorno tra due percorsi, tra due viaggi.
Waël Ali fa coabitare due scritture, due registri, l’intimo e il politico, che mettono in dialogo una moltitudine di sguardi e temporalità convergenti verso uno stesso oggetto: un territorio sempre in fuga.
Sous un ciel bas mette in scena la figura di Jamal, un documentarista siriano quarantenne, che vive in Francia da diversi anni. Si sente intrappolato in una situazione che gli impedisce di creare immagini: “come posso guardare, semplicemente guardare, il presente ora che non ho più un passato al quale appartenere?”.
Ossessionato dall’idea della perdita del proprio passato, impotente di fronte alla scomparsa di luoghi abbandonati o distrutti dalla sua memoria, vede i suoi amici girovagare un po’ ovunque nel mondo. I luoghi della sua giovinezza sono scomparsi, le case che frequentava sono deserte e coloro che componevano il suo piccolo mondo a Damasco si sono ormai trasferiti in altri paesi. Interpretata come una crisi generazionale, l’impasse di sentirsi a metà strada della vita lo conduce a intraprendere un viaggio alla ricerca di un mondo in frantumi. Parte così alla ricerca del passato e documenta un viaggio che, come un’odissea in diverse città europee, è il tentativo di restaurare la sua storia e di sopravvivere come creatore di immagini e storie.
Sous un ciel bas è sostenuto dalla Commissione Europea nell’ambito del progetto Performances Beyond Two Shores promosso da Europa Creativa di cui fa parte il Napoli Teatro Festival Italia.

PAR LES TEMPS QUI COURENTDiario di viaggio

21 e 22 giugno San Tammaro (Caserta) Real sito di Carditello

orchestrato da Christophe Prenveille
co-direttore artistico della compagnia Carabosse
con Jex Aubrun, Jérôme Fohrer, Nadine Guinefoleau, Sylvie Monier, izOReL, Patrick Singh, Mounira Taïrou, Marcelo Valente
con le parole di Denis Péan, Bruno Gastao, Fabrice Gilbert, Sébastien Giraud Vidault, Yuka Jimenez,
Mathieu Laville
assistiti da Anthony Pelletier
amministrazione Stéphanie Auger, Lise Burgermeister, Hugues Chevalier, Patricia Klein
produzione Cie Carabosse

Spettacolo programmato in collaborazione con La Francia in Scena. La Francia in Scena, stagione artistica dell’Institut français Italia, è realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno dell’Institut français e della Fondazione Nuovi Mecenati.

prima nazionale

Arricchita dai numerosi viaggi intorno al mondo, la Compagnia Carabosse realizza Par les Temps qui courent…, uno spettacolo che ha l’aspetto di un diario di viaggio. Il lavoro è frutto dell’incontro tra i diversi membri del gruppo: pittori, poeti, attori, musicisti… Si tratta quindi di un’opera viva, collettiva e plurale, frutto dei loro diversi sguardi. Uno spettacolo senza nazionalità, se non quella del viaggiatore dallo spirito aperto e disponibile, che la compagnia Carabosse offre a tutti. Circo, giocoleria, clownerie, numeri con il fuoco trasformeranno il giardino di Carditello in un paesaggio da fiaba.

SIRENE, SIGNORE E SIGNORINE

21, 22 e 23 giugno Napoli Palazzo Fondi

storie note e meno note della città di Napoli

un progetto speciale de La scena delle donne – percorsi teatrali con le donne a Forcella
ideazione e cura Marina Rippa per f.pl. femminile plurale
messinscena collettiva Marina Rippa, Monica Costigliola, Fiorella Orazzo
collaborazioni Annachiara Senatore, Massimo Staich
foto Mario Laporta, Sara Petrachi
con Amelia Patierno, Anna Liguori, Anna Manzo, Anna Marigliano, Anna Patierno, Antonella Esposito, Flora Faliti, Flora Quarto, Gianna Mosca, Ida Pollice, Melania Russo, Melina De Luca, Nunzia Patierno, Patrizia Iorio, Rosa Lima, Rosa Tarantino, Rosalba Fiorentino, Rossella Cascone, Susy Cerasuolo, Susy Martino, Tina Esposito

Storie e vite di donne “normali”, narrate però attraverso quelle di figure leggendarie, mitologiche o reali. Donne che, in ogni caso, hanno fatto la storia della città. Artiste, sante, regine, donne colte o del popolo, studiate e incarnate a seconda della “corrispondenza” con se stesse. Così il pubblico incontrerà Annella di Massimo, Artemisia Gentileschi, Adriana Basile, Giovanna I d’Angiò, Maria D’Avalos, Donna Regina, Donna Romita e Donna Albina, la Sirena Partenope che lascia le sorelle su altri lidi, Bernardina Pisa, Santa Patrizia, Santa Restituta, Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, Maria Lorenza Longo, le martiri del ‘99 e tante altre. Una galleria di figure femminili spesso dimenticate, non tutte napoletane di nascita, ma che di Napoli hanno fatto la loro patria di elezione.
La scena delle donne “occuperà” Palazzo Fondi per una settimana, dando vita ad una performance nella quale il pubblico potrà immaginare le donne come personaggi di passaggio in quel luogo, con la musica dal vivo che l’attraversa e ne fa un ponte spazio-temporale.
Nei giorni di spettacolo tutto il gruppo verrà coinvolto, mentre negli altri giorni ci saranno, a turno, due donne a “guardia” delle stanze che restano allestite, e che racconteranno, a chi vorrà ascoltare, il progetto che La scena delle donne porta avanti a Forcella dal 2007. «Continuiamo a credere che la bellezza sia la strada da percorrere, soprattutto nei territori dove ci si perde in un quotidiano che parla di sopravvivenza, prevaricazione, violenza e sofferenza sociale – afferma l’ideatrice Marina Rippa. Il nostro progetto resiste nonostante lo spazio da conquistare anno dopo anno, nonostante il tempo rubato ai doveri familiari e a quelli di un lavoro che c’è e non c’è, nonostante l’indifferenza generale, nonostante la vita che corre troppo in fretta»

JENGA

22 giugno Napoli Cortile delle carrozze di Palazzo Reale
L’ultima mossa del becchino

testo e regia Alberto Mele e Marco Montecatino
con Pietro Tammaro, Chiara Vitiello, Marco Fandelli, Marco Montecatino
costumi Elena Soria
scenografia Florian Mayer
trucco Lorenza Mattera
light design Tommaso Vitiello
sound design Gino Giovannelli
voce registrata Gabriele Borriello
produzione Teatro Serra

“Il jenga è un gioco. Dei mattoncini di legno impilati tre alla volta; ogni giocatore deve estrarne uno senza far cadere la torre. È una questione di equilibrio. Devi avere la mano ferma e scegliere con cura la tua mossa. Il gioco finisce quando crolla tutto. Qualcuno perde. Sempre. Nessuno vince. Mai”. Corrado, neo disoccupato con la passione per il wrestling e con chiari accenni della sindrome di Asperger, e la sorellastra Bianca ricevono un’offerta per la vecchia casa di famiglia da parte di un’azienda di trasporti. Per Bianca un’opportunità da cogliere al volo, che si scontra però con la volontà del fratello, legato morbosamente a quella casa e ai ricordi che racchiude. Gianluca, il fidanzato di Bianca, tenuto all’oscuro delle intenzioni della sua compagna, entrerà suo malgrado nel progressivo sfacelo che colpirà la famiglia Sarnataro. Sfacelo di cui sarà partecipe anche il cinico Arturo Kapino, commerciale addetto alla trattativa per conto dell’azienda acquirente.
«Siamo partiti dall’assunto che ogni essere umano, se non obbligato o se non necessita, mente. Quello su cui però volevamo soffermarci non era la menzogna in senso stretto, quanto piuttosto quella coltre di invero che pervade strisciante la quotidianità di tutti. Quotidianità che oggi risulta essere sempre più distorta dal crescente numero di bisogni, dalla percezione di ciò che crediamo ci manchi – scrivono Alberto Mele e Marco Montecatino. Abbiamo voluto sondare l’incapacità di condivisione di una sconfitta, contrapposta al godersi una vittoria personale, pure se piccola, pure se corrotta. Non siamo partiti dalla storia, siamo partiti nel costruire quattro figure diametralmente diverse nei loro pregressi, immaginandole relazionarsi, cercando di farle sembrare le persone meno adatte per farlo. Abbiamo immerso la necessità di raccontare queste cose in due premesse, una di tipo scenografico e una di tipo concettuale. Conferendo al wrestling il ruolo di scenario, luogo fisico, perfetta rappresentazione della contemporanea spettacolarizzazione delle vicende umane, e al jenga il messaggio che essa si porta dietro».

UNA NOTTE SBAGLIATA

 22 e 23 giugno  Teatro Nuovo Napoli

di e con Marco Baliani
regia Maria Maglietta
scene e luci Lucio Diana
musiche Mirto Baliani
produzione Marche Teatro

prima assoluta

«Come si manifesta l’Assurdo? – si chiede Marco Baliani nelle note di regia – Ci sono segnali che possano mettere in allarme prima che la terribilità del caso si metta in moto e precipiti negli eventi?
Forse sì, ci sono, ma sono accenni, avvertimenti che l’anima non coglie. Presi come siamo dall’immanenza del reale, quei piccoli, minuscoli segnali di allarme vengono trascurati.
Eppure, quella notte, notte che solo dopo che tutto è avvenuto, chiameremo notte sbagliata, Tano, l’uomo della nostra storia, aveva avvertito qualcosa. […]
Dopo il successo dello spettacolo Trincea, vorrei sperimentare un’altra tappa di ricerca di quello che mi piace chiamare teatro di post-narrazione.
Una narrazione dove il linguaggio orale del racconto non riesce più a dispiegarsi in un andamento lineare, ma si frantuma, produce loop verbali in cui il Tempo oscilla, senza obbligati nessi temporali.
Flussi di parole che prendono strade divaricanti mentre cercano disperatamente di circoscrivere l’accadimento di quella “notte sbagliata”. Quella manciata di minuti, che tanto durerebbe nel Reale il puro accadere dell’evento, si amplifica e diviene big bang di quell’universo di periferia, si espande nelle teste dei partecipanti all’evento, compreso il cane, risucchiando come un buco nero anche chi non è lì su quel pratone d’erba polverosa, ma vicino ai cuori e alle coscienze di chi sta agendo.
Un turbine linguistico sostenuto da un corpo che agisce l’evento in maniera performativa, un corpo che si metamorfizza a mano a mano che l’azione prosegue, con gesti che richiamano le esperienze della body art degli anni settanta, marchiando il corpo come fosse la tela dove l’Assurdo si mostra pienamente, al di là perfino delle parole».

4.48 PSYCHOSIS

22 e 23 giugno Teatro Sannazaro 

di Sarah Kane
in forma di “sinfonia per voce sola” di Enrico Frattaroli
con Mariateresa Pascale
Patrizia Polia (soprano)
Diego Procoli (pianoforte)
musiche da Gustav Mahler e P. J. Harvey
elaborazioni musicali / video / scena / regia di Enrico Frattaroli
responsabile tecnico Renato Barattucci
produzione Frattaroli-Pascale
in collaborazione con Florian Metateatro – Centro di produzione teatrale
con il sostegno del Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi
Durata: 1 ora e 20 min

Sinfonia per voce sola è una messa in concerto dell’ultimo testo di Sarah Kane: la musica dei suoi versi in risonanza con musiche di Gustav Mahler e P. J. Harvey. In scena, protagonista è la poesia stessa, variegata nelle forme liriche, narrative, dialogiche, grafiche della sua scrittura, testualmente e scenicamente affidata alla voce sola di Mariateresa Pascale.
«Scriverlo mi ha uccisa» annota Sarah Kane sul biglietto allegato alla copia di 4.48 Psychosis lasciata a Mal Kenyon, la sua agente letteraria, il giorno del suo suicidio. Il suo ultimo dramma, perfezionato fino all’ultimo istante della sua vita, è anche il suo testamento poetico.
«Addio! Addio!» scrive Mahler sui pentagrammi vuoti delle pagine manoscritte dell’Adagissimo. Ventisette misure i cui pianissimo conducono la Nona Sinfonia alle soglie del silenzio e che qui si intonano con le parti più liriche del poema, mentre Rid of me, To bring you my love, The slow drug, le composizioni di P.J. Harvey – coeve alla scrittura drammaturgica di Sarah Kane e dal sapore decisamente rock – ne sostengono le invettive più aspre e graffianti. Una distanza che non ha escluso simmetriche intersezioni, contaminazioni, convergenze.
Le parti dialogiche del poema – le cui voci rinviano, implicitamente, alla stessa Kane e al suo psichiatra – hanno, paradossalmente, valore di tacet. Sono momenti in cui l’opera si sospende ed il regista si rivolge, letteralmente, all’attrice, che al regista risponde. Ed è proprio per il loro valore di pausa, di silenzio che sono parte dell’opera teatrale, del concerto, della poesia, come bianchi di scena.
Non la musica soltanto è chiamata a fare parte della concertazione. Un flusso di immagini tratte dalla disposizione grafica del testo, o ad essa ispirate, si attengono al poema seguendo le variazioni agogico-dinamiche dell’intera partitura verbale e musicale.

MISANTROPIE

 dal 23, 24 e 25 giugno Prova aperta 26 giugno Casa circondariale di Poggioreale

da Molière ai bestiari medievali, sotto la guida de Il riso di H. Bergson
una creazione di TeatrInGestAzione
con i detenuti del Carcere di Napoli Poggioreale
cura della visione Gesualdi | Trono
costumi Federica Terracina
produzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia e TeatrInGestAzione in collaborazione con la Casa Circondariale Napoli Poggioreale

Misantropie nasce come esito del laboratorio di creazione scenica rivolto ai detenuti del Carcere di Napoli Poggioreale. Uno spettacolo che prende vita da una pratica che passa da corpo a corpo, e che individua nel carcere non soltanto uno spazio alternativo a quello formale del teatro, ma la sintesi della società viziata e deformata che viviamo: un luogo ai margini dell’esistenza. Non una riscrittura del Misantropo di Molière, ma un osservatorio sulla disumanizzazione, un decalogo sul divenire della bestia, una mappa per la discesa agli inferi, e su come l’uomo in fondo sia ridicolo nell’affermare la propria superiorità. «Qui, il nostro misantropo è l’uomo tra le bestie. In gabbia, accerchiato da pavoni, iene, camaleonti e altri animali. Si dibatte tra istinto e morale mentre sprofonda nell’intestino di Célimène», si legge nelle note di regia.
L’esperienza decennale di TeatrInGestAzione, attiva dal 2006 presso l’Ospedale Psichiatrico F. Saporito di Aversa e dal 2015 presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale, gli ha permesso di sviluppare una direzione etico/estetica che tende al superamento dell’etichetta di “teatro sociale”. Un’esperienza prima di tutto artistica, capace di elevare l’azione sociale a produzione poetica. I detenuti sono coinvolti in un processo di creazione che rimette in moto i corpi schiacciati dall’immobilità causata dalla reclusione, rianima la capacità critica, il contatto con la realtà, donando loro gli strumenti per processare il passato, fare esperienza del presente, immaginare il futuro. Le specificità singolari sono valorizzate da un percorso che fa dei detenuti autori dell’opera e non soltanto esecutori, in modo da restituire alla diversità che caratterizza ogni individuo, speciale e necessaria alla comunità, la ricchezza che ne fa presupposto di dignità.

PINO DANIELE È CALVO

24 giugno Napoli Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale

di Alfredo Mazzara
con Ivan Castiglione
musica eseguita dal vivo da Alessandro Castiglione
regia Giuseppe Miale di Mauro
costumi Giovanna Napolitano
disegno luci Giuseppe Di Lorenzo
aiuto regia Davide Meraviglia
produzione le Scimmie

Nemo è un musicista di mezza tacca deciso a farla finita. Rivede i propri propositi di suicidio quando apprende della morte di Pino Daniele. La tragedia appresa lo spinge ad un’accorata disamina della propria vita vissuta all’ombra bollente di quel genio musicale che ha avuto la sfortuna di avere come inquilino del piano di sopra. Pino Daniele è calvo è uno sfogo d’amore in cui fioccano i ricordi di una vita vissuta per la musica e nonostante la musica. Quella di Pino. E di tutta Napoli. Una musica rivisitata con la formula ribelle del jazz febbrile che fonde, irrita, osa e trasforma i grandi classici di Pino per farne un gioco nuovo. Tutto d’ascoltare. E riscoprire. Lo sfogo-monologo di un cantante di bettole frustrato e invidioso di Pino Daniele, fa da contrappunto grottesco ad una coraggiosa rivisitazione jazz del repertorio più noto del cantante.

VIA SANTA MARIA DELLA SPERANZA

23 e 24 giugno Napoli Teatro Trianon-Viviani

L’ARSENALE DELLE APPARIZIONI/ IL TEATRINO DEI FANTOCCI

Progetto, drammaturgia e regia Maria Angela Robustelli
Collaborazione alla drammaturgia Luca Attanasio
produzione la giostra Teatro
In collaborazione con Inclusione Alternativa e Associazione PAN – People Around Naples
con Maria Angela Robustelli, Davide Dolores, Lena Lessing, Flavia D’Aiello, Marianna Robustelli, Cisse Namory
mediazione linguistica Mamadou Alpha Dia, acting coach Lena Lessing, luci Marco Serra, pupazzi Flavia D’Aiello, scene e costumi Maria Angela Robustelli, audio editing Flay up Scarl

Un progetto che giunge a maturazione dopo un primo studio – in scena come opera collettiva in conclusione ad un lavoro di formazione di tre mesi, in occasione del progetto Quartieri di Vita 2017, rivolto a giovani africani richiedenti asilo politico nel nostro paese ed a giovani dei Quartieri Spagnoli – e che si inserisce all’interno di una trilogia. Questo secondo movimento l’arsenale delle apparizioni/il teatrino dei fantocci nasce oggi come allora, dal tentativo di provare a dare una risposta ad una serie di domande affidate allo spettatore. Una su tutte: può la Poesia, il Teatro, trovare un reale contatto col mondo esterno e cercare di rigenerarlo?
L’intera trilogia di Via Santa Maria della Speranza – antico nome di Via Speranzella ai Quartieri Spagnoli, dove sorge il teatro in cui il progetto ha preso vita – è ancora una volta una metafora di tale processo che attraverso la rievocazione dell’ultimo dramma incompiuto di Pirandello, I giganti della Montagna, lascia che siano prima di tutto le storie di persone quasi invisibili che ci camminano accanto nella vita di tutti i giorni, che abbiamo incrociato e che ci hanno lasciato per qualche motivo, il seme che dia vita alla trasformazione, al miracolo del Teatro, attraverso il lavoro degli attori. La storia vera di Yergalum, la favola nuova di un’ Ethiopian Cinderella, personaggio emblematico protagonista di un esodo tragico, – fuggita dall’Etiopia attraverso il Sudan, il deserto del Sahara e la Libia per raggiungere l’italia, – svelerà volti, sguardi, vite narrate, raccolte con delicatezza dal giornalista e scrittore Luca Attanasio nel suo libro “Se questa è una donna”, e che nella riscrittura di Maria Angela Robustelli esplorerà una nuova possibilità di rappresentazione in un ritmo teatrale di visioni e di gioco di pupazzi/fantocci che prendono spunto e si mischiano alla loro verità ed a quella degli attori.

IL MAESTRO PIÙ ALTO DEL MONDO

25 giugno Napoli Spazio della Commedia Futura
morte di un matto

con Orazio Cerino
testo e regia Mirko Di Martino
produzione Teatro TRAM Napoli e Compagnia Teatro dell’Osso

Franco Mastrogiovanni è un insegnante elementare di 58 anni. Secondo i suoi piccoli alunni, è l’insegnante più alto del mondo: i suoi centonovanta centimetri lo fanno sembrare un gigante ai loro occhi. Franco Mastrogiovanni è anche un anarchico: uno che negli anni Settanta – si dice – se ne andava in giro a Salerno a picchiare i fascisti, uno che è anche finito in galera per quelle brutte storie. Ma soprattutto un matto, uno pericoloso, uno che è già stato ricoverato in manicomio. Eppure, per tutti quelli che lo conoscono, Franco Mastrogiovanni è un uomo tranquillo e affettuoso. Il 4 agosto 2009, Mastrogiovanni muore nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania: 87 ore prima è stato ricoverato a seguito di un Trattamento Sanitario Obbligatorio, 87 ore dopo è morto con le mani e i piedi legati al letto. Lo hanno ricoverato perché ha guidato la sua auto oltre i limiti di velocità, perché non ha voluto fermarsi all’alt dei vigili, perché se ne è scappato in mezzo al mare e non ha voluto più uscirne. Lo hanno ricoverato perché, quando finalmente ha deciso di tornare a riva, si è messo a cantare “Addio Lugano bella”. Quando sua nipote chiede di poter vedere lo zio Franco, non la fanno entrare: le dicono che lo zio Franco sta bene, ma non è vero, lo zio Franco sta morendo. Lo spettacolo è un monologo di teatro civile che ripercorre una storia vera, tragica e oscura. A dieci anni di distanza dalla vicenda, i medici e gli infermieri responsabili della morte di Mastrogiovanni sono stati processati e condannati, ma restano ancora aperti tanti interrogativi. Il lavoro indaga il complesso rapporto tra cura e detenzione, tra salute e follia, tra diritto e dovere.

ANDANTE

25 giugno Teatro Nuovo Napoli 

regia Igor Urzelai e Moreno Solinas
ideazione e realizzazione Giorgia Nardin, Eleanor Sikorski, Moreno Solinas e Igor Urzelai
collaborazione artistica Simon Ellis (skellis.net)
disegno luci Seth Rook Williams
suono Alberto Ruiz Soler (bertruiz.net)
scenografia e costumi KASPERSOPHIE (kaspersophie.com)
profumo Alessandro Gaultieri
training vocale Melanie Pappenheim (melaniepappenheim.com)
manager di produzione Hannah Blamire
produttore di compagnia Sarah Maguire
coproduzione Igor and Moreno, The Place e TIR Danza

prima nazionale

La filosofa e mistica francese Simone Weil scrisse che “l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità”. Andante è un invito a mettere in pausa, a connettersi con i propri sensi, ad essere in una stanza insieme ad altre persone e non dover necessariamente parlare o perfino vedere. Il lavoro è concepito come una generosa e paziente passeggiata all’interno di una nuvola formata di tempo e attenzione. La parola Andante, che prende origine dalla parola italiana “andare”, si riferisce a un tipo di movimento musicale moderatamente lento o distinto. Lo spettacolo di danza è accompagnato da una serie di workshops e dibattiti. Sul palco quattro danzatori, musica dal vivo, e una grande quantità di fumo, così come di profumo. Il pubblico parteciperà a un viaggio durante il quale la nebbia metterà a fuoco ciò che normalmente non può essere visto.
Igor Urzelai e Moreno Solinas si incontrano per la prima volta nel 2006; in seguito si ritrovano a studiare assieme alla London Contemporary Dance School (The Place), dove iniziano a collaborare. Il loro sodalizio artistico inizia nel 2007, dapprima co-fondando BLOOM! Dance Collective e successivamente creando la loro compagnia Igor and Moreno nel 2012.
I lavori di Igor and Moreno indagano la natura umana, le persone e tutte quelle componenti che rendono l’uomo un animale speciale. Gli elementi della loro ricerca sono il corpo in movimento e l’immediatezza dell’azione come veicolo di significati, idee e desideri. L’intento che Igor and Moreno si prefiggono è rivendicare il ruolo del Teatro come spazio di aggregazione e condivisione tramite le proprietà catartiche dello spettacolo dal vivo. Attraverso i loro lavori hanno sempre cercato di creare una cornice attraverso cui condividere la loro personale visione, senza tuttavia imporre una singola lettura dell’opera ma tracciando, piuttosto, uno spazio dedito alla riflessione dello spettatore.

TERRA

25 e 26 giugno Bacoli Castello di Baia

FASE PRIMA 2019: Un’installazione teatrale

regia Pako Ioffredo
collaborazione artistica Demi Licata, Mauro Di Rosa, Paolo Visone.
cast in via di definizione
progetto a cura di Cantiere Teatrale Flegreo – EnArt
Centro delle Arti della Scena e dell’Audiovisivo (C.A.S.A.) s.r.l.
in collaborazione con Parco Archeologico dei Campi Flegrei

Narrare per non dimenticare. Raccontare il sogno di un popolo e la sua storia. Terra vuole ritrovare l’identità perduta di uno dei territori più belli dei Campi Flegrei, Pozzuoli, riscattando la storia e la lingua dei nostri antenati.
Nel 529 a.C. gli esuli dell’isola di Samo sbarcano sulla rocca antica e fondano Dicearchia, che diventa nel 194 a.C. colonia romana con il nome di Puteoli. Per secoli, prima della nascita di Ostia, Puteoli fu il maggior porto di Roma, il Portus Julius. E di Puteoli la rocca era il cuore pulsante. Dal 400 d.C. questa acropoli inizia a “stratificarsi”: le culture si succedono, edificano i loro monumenti, le loro botteghe, le loro abitazioni e si identificano con questa rocca di una “terra” sul mare che un tempo fu cinta da mura romane. Esempio lampante è il Duomo di Pozzuoli, che qui fu edificato proprio sulle mura del tempio di Augusto. Fino agli anni ’60 il “Rione Terra” – così fu ed è chiamata l’antica rocca – era ancora il centro pulsante e popolare della città. Il passare dei secoli aveva ormai nascosto le costruzioni di epoca romana e il 2 marzo del 1970 la rocca viene evacuata a seguito di uno dei tanti, frequenti, sciami bradisismici. La popolazione verrà esiliata e per sempre in periferia. Da quel momento in poi la rocca sarà abbandonata, resa terra desolata.
Ed è, appunto, la costruzione dell’identità nell’esilio uno dei percorsi di scrittura più evidenti che il progetto delinea. La scrittura dell’allontanamento e dell’esclusione diventa scrittura della dissidenza che, pur nella distanza, conduce alla chiarificazione di un’identità politica e poetica divenuta universale. «Con Terra vogliamo destare il presente, rievocando il passato – spiega Pako Ioffredo. Il progetto verte sul recupero delle storie dei nostri antenati, uomini semplici, tesi alla sopravvivenza e immuni alla seduzione del “successo”, prerogativa della cultura dominante di oggi, che fa di tutto per gettarci nella rete dei “falliti”. L’insegnamento è che l’unico vero “successo” è raggiungere la capacità di superare le sovrastrutture delle convenzioni umane per essere veramente e solamente uomini. Il Rione Terra, antica rocca Puteolana chiusa da quasi 50 anni a seguito dello sgombero del 1970, rivive attraverso antiche storie, rianimato dal respiro rivitalizzante della nuova generazione che proverà a rendere universale ciò che di più intimo e profondo segna la vita di ogni uomo: i ricordi, gli affetti, il risveglio dei sensi, la memoria come elemento di congiunzione tra il nuovo e il vecchio. Parleremo della nostra identità, o di quello che ne resta, partendo dall’esilio come opportunità, come condizione produttiva di nuovi modelli culturali, ma soprattutto riscoprendo il nostro essere comunità. L’unica strada per farlo è confrontarci con il nostro passato».

FINIR EN BEAUTÉ

25 e 26 giugno Napoli Sala Assoli 

testo e ideazione Mohamed El Khatib
ambiente visivo Fred Hocké
ambiente sonoro Nicolas Jorio

Spettacolo programmato in collaborazione con La Francia in Scena. La Francia in Scena, stagione artistica dell’Institut français Italia, è realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno dell’Institut français e della Fondazione Nuovi Mecenati.

Dopo la rivelazione al Festival di Avignone 2015, Finir en beauté arriva a Napoli. Dopo gli studi di teatro e sociologia, l’artista francese di origini marocchine El Khatib fonda nel 2006 il collettivo Zarlib, luogo di incontro di performer, danzatori, cineasti, musicisti di formazione e orizzonti diversi.
In questo lavoro, prendendo spunto da interviste, email, sms, documenti amministrativi e altre fonti “reali”, Mohamed El Khatib (ri)costruisce, solo in scena, il racconto di un lutto, la morte della madre.
«Ho sviluppato un lavoro di scrittura intima che tenta di esplorare differenti modi di esposizione anti-spettacolari. Durante la mia ricerca, originariamente intitolata Conversazione, dovevo indagare il passaggio dalla lingua madre (l’arabo) alla lingua teatrale, a partire da interviste realizzate con mia madre.
Il 20 febbraio 2012, il suo decesso (dovuto a un cancro del fegato), ha sconvolto le mie intenzioni. Questo “incidente” ha creato un corto-circuito nel lavoro teatrale fino a confondere vita e opera. Finir en beauté tenta di esplorare le modalità di dialogo a partire dalla nozione di “maceria”: le macerie di una relazione, di una storia, di un paesaggio, di tutto quello che resterà di noi (“noi” in questo caso sono una madre e un figlio dopo un evento definitivo come la morte); macerie della lingua madre, macerie del linguaggio teatrale, macerie di scrittura (sia come contenuto che come principio di organizzazione dell’atto di scrivere).
Non ho mai potuto separare la mia scrittura dalla scena, così come non ho mai potuto evitare di inserire il reale sia sulla scena che nel mio lavoro di autore.
Nel mio teatro il documento è uno strumento fondamentale, l’essenza stessa di ciò che diventerà la scrittura. È il caso, per esempio di Moi, Corinne Dadat, pièce a cui partecipa realmente una donna delle pulizie incontrata per caso. Qui, con Finir en beauté, questa logica è spinta fino all’esasperazione perché il materiale principale è un evento allo stesso tempo eccezionale e banale, in ogni caso universale: la morte di mia madre. È così che ho quindi iniziato un lavoro di memoria, di lutto, di introspezione e di osservazione».

“CHE ALTRI SI VANTINO DI CIO’ CHE HANNO SCRITTO, IO SONO ORGOGLIOSO DI QUELLO CHE HO LETTO”. Jorge Luis Borges

Workshop 25 e 26 giugno Palazzo Fondi

Tre incontri con Daniel Pennac, Massimiliano Barbini e Ludovica Tinghi
Un progetto a cura di Centro delle Arti della Scena e dell’Audiovisivo (C.A.S.A.)

Incontri Pennac è un intraprendere viaggio intimo e condiviso alla scoperta dell’esperienza collettiva della lettura. Cosa ci spinge a scrivere? Da dove viene l’insaziabile appetito per la lettura? Cos’è la curiosità, cos’è la narrazione e quali sono le loro molteplici manifestazioni? Qual è il punto di incontro fra lo scrittore ed i suoi lettori, o fra lo scrittore ed il lettore che è in lui? Sono queste le domande a cui il progetto che coinvolge Daniel Pennac, Massimiliano Barbini e Ludovica Tinghi, rivolto a un massimo di trenta persone ad incontro, vuole rispondere. Scrivono i curatori: «Ci sono molti incontri in un incontro. Ad esempio: un grande scrittore francese, Daniel Pennac, incontra un amico italiano, Massimiliano Barbini, forte lettore. Ognuno parla perfettamente la lingua dell’altro ma… non la capisce affatto. Un grande scrittore incontra un amico, forte lettore e i due incontrano un’amica, Ludovica Tinghi, che parla perfettamente la lingua dell’uno e dell’altro e… li aiuta a incontrarsi. Scaturiscono domande e risposte e i tre incontrano 30 persone che non conoscono, che sono venute per ascoltare il grande scrittore e fargli delle domande e che ora si trovano ad ascoltare, a porsi e a porre altre domande».

LA BOITE A JOUJOUX

26 giugno Napoli Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale 

L’amore non è un gioco

musica Claude Debussy
drammaturgia e testi Edmondo Tucci, Maria Venuso
coreografia e regia Edmondo Tucci
al pianoforte Paola Volpe
attrice Arianna Sorrentino (Bellini Teatro Factory)
danzatori alunni del Liceo coreutico Suor Orsola Benincasa di Napoli (triennio)
scenografie Tiziana De Tora, Martina Picciola – realizzate dagli alunni del Liceo artistico Suor Orsola Benincasa (laboratorio teatrale – sez. scenografia)
costumi Martina Picciola, Rita Carbone – realizzati dagli alunni del Liceo artistico Suor Orsola Benincasa (laboratorio teatrale – sez. costumi)
consulenza scientifica Paologiovanni Maione

Creato nel 1913 come La boîte à joujoux (balletto in un prologo, tre quadri e un epilogo), con didascalie e illustrazioni di André Hellé (edizioni Durand & fils), il balletto – pensato per il teatro di marionette – è dedicato alla figlia del compositore, Emma, detta Chouchou e vede protagonisti i giocattoli, che nottetempo si animano e diventano metafora del più classico dei topoi teatrali: il triangolo amoroso tra una bambola, un Pulcinella e un soldatino. Nell’allestimento riproposto la semplicità dell’azione, riferita al mondo dell’infanzia e dei giocattoli, è ripensata secondo una visione che, partendo dall’originale, sviluppa la problematica legata all’incomunicabilità e al perenne conflitto di genere tra l’universo maschile e quello femminile. A partire dallo scenario di André di Hellé, lo spettacolo è stato oggi rivisitato per portare in scena una visione contemporanea delle problematiche di genere, con particolare riferimento alla violenza psicologica sulle donne. La nuova drammaturgia degli autori prende spunto dai protagonisti della storia originale, per divenire un’azione scenica nuova, in cui la scatola dei giochi è metafora di vita nel senso più intimo. Non più una storia infantile, ma uno sviluppo che prende le mosse dal classico triangolo amoroso: l’elemento femminile, prima soggiogato da un compagno possessivo e violento, riesce infine a uscire dal vortice di oppressione che aveva assunto le sembianze di normalità, scegliendo l’altro volto maschile gentile e rispettoso. La protagonista, che rischia di essere l’ennesima vittima di un amore violento, alla fine riesce a non annullarsi e a cambiare la propria vita con un epilogo che la cronaca nera non può, finalmente, rendere protagonista delle sue pagine.
Lo spettacolo nasce dalla collaborazione tra l’Istituto Suor Orsola Benincasa e il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli; le coreografie sono state ripensate dal coreografo Edmondo Tucci (primo ballerino del Teatro di San Carlo) e da Maria Venuso (docente di Storia della danza presso l’Istituto Suor Orsola Benincasa e critico teatrale).

UN POYO ROJO

26 giugno Teatro Trianon-Viviani 

coreografia Luciano Rosso, Nicolás Poggi
regia e disegno luci Hermes Gaido
produzione Un Poyo Rojo/T4

Uno spettacolo esplosivo che unisce brillantemente teatro, danza, acrobatica, sport e che ha registrato il tutto esaurito sia in Argentina che in Europa, così come a Napoli lo scorso anno. Un’opera che, a partire dal linguaggio del corpo, esplora il mondo contemporaneo, confrontandosi con il movimento e le sue interpretazioni. Un Poyo rojo è una provocazione, un invito a ridere di noi stessi esplorando tutto il ventaglio delle possibilità fisiche e spirituali dell’essere umano. Nello spogliatoio di una palestra, due uomini si scrutano, si squadrano, si provocano, si affrontano tentando di sedursi in una stupefacente danza acrobatica. Fusione di generi e di discipline, questo duello contemporaneo di grande precisione oscilla tra la danza e l’atletica passando per le arti marziali, l’acrobatica, la clownerie. Gli argentini Alfonso Barón e Luciano Rosso possiedono una straordinaria maestria corporea unita a un grande senso del ritmo e a una folgorante capacità di improvvisare reagendo alle sempre diverse reazioni del pubblico

RAFFAELLO EROICO QUEL CHE È STATO, È, SARÀ

dal 27 giugno al 14 luglio 2019 Napoli Palazzo Fondi

a cura di Maria Savarese

Inaugurazione: mercoledì 26 giugno 2019, ore 18.30

In occasione del Napoli Teatro Festival 2019 a Palazzo Fondi sarà presentata in esposizione una selezione di opere pittoriche create fra il 2011 ed il 2019 da Raffaello Eroico, di ritorno sulla scena espositiva napoletana
La sua pittura marcatamente segnica, da sempre rivela la volontà intellettuale dell’artista di dialogare con la grande tradizione del passato. In ottica site specific, questa cifra dialoga con le suggestioni rinascimentali e barocche espresse dall’impianto architettonico di Palazzo Fondi, e dalla città in generale, generando inattese consonanze.
Le opere in mostra rivelano un linguaggio espressionistico, inedito, profondo nella ricerca della luce e del colore, in cui i corpi ed i volti delle figure ritratte rappresentano un tentativo costante dell’artista di generare una nuova classicità, una dimensione a – spaziale ed a – temporale, anche quando si cimenta con altri generi artistici, come il paesaggio urbano, e non.

DI GRAZIA

Laboratorio dal 27 giugno  al 1 luglio Chiesa Santa Maria Donnaregina Vecchia
progetto coreografico e multimediale

direzione artistica Alexandre Roccoli
scrittura e realizzazione video Valérie Urréa
in collaborazione con Olivia Corsini, comédienne
con Olivia Corsini
luci Séverine Rième
suono, composizione Benoist Bouvot
etnomusicologo (zampogna) Ruggero Di Sabato
consulenza drammaturgica Nino Laisné
produzione Espace des Arts, Scène nationale Chalon-sur-Saône / A short term effect
in coproduzione con Bonlieu Scène nationale Annecy
con il sostegno di Institut français d’Italie
La compagnia A Short Term Effect è sostenuta da DRAC Auvergne-Rhône-Alpes, Région Auvergne-Rhône-Alpes e Ville de Lyon

Spettacolo programmato in collaborazione con La Francia in Scena. La Francia in Scena, stagione artistica dell’Institut français Italia, è realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno dell’Institut français e della Fondazione Nuovi Mecenati.

Di Grazia, solo per Olivia Corsini, prosegue la ricerca attorno agli stati di grazia dei precedenti spettacoli di Alexandre Roccoli e si presenta come un’autopsia che attraversa la storia delle rappresentazioni del corpo femminile nel bacino del Mediterraneo. Dalle prime dissezioni dei Santi visionari fino agli stati di passione delle attrici del cinema italiano del periodo neorealista, si tratterà di approfondire le memorie di “un’Italia dai molteplici corpi”. Il lavoro sarà realizzato attraverso passaggi successivi che si ispirano sia alle rappresentazioni di teatro anatomico che alle passioni immaginarie, dalle Veneri lascive fino alle icone decadute del cinema. La voce e il timbro unico di Olivia Corsini andranno a curare ferite sempre aperte per rendere omaggio a tutte quelle donne che si sono ritrovate allo tesso tempo strumentalizzate e/o sublimate dallo sguardo maschile. Il corpo diventa allora lo strumento di ricerca antropologico, archeologico ma anche medico.
Per Di Grazia, Alexandre Roccoli continua in Italia la ricerca già intrapresa con Weaver quintet sul passaggio dal rito al teatro (dal Tarantismo alla Tarantella) e va a scavare nel solco delle rappresentazioni della donna attraverso la sua storia di emancipazione, la sua condizione sociale, in un’epoca in cui solo la religione poteva rispondere alle sue sofferenze.

RENEIXER

 26, 27, 28 e 29 giugno Napoli Palazzo Fondi 

prima nazionale  di Teatro de los Sentidos
regia Enrique Vargas
drammaturgia Enrique Vargas & Teatro de los Sentidos
coordinamento artistico Gabriella Salvaterra
direzione Tecnica Gabriel Hernandez
luci Pancho Garcia
paesaggio sonoro Stephane Laidet
musiche Pancho Garcia
costumi Patrizia Menichelli
paesaggio olfattivo Giovanna Pezzullo
scene e installazioni Gabriella Salvaterra
organizzazione Claudio Ponzana
abitanti Pancho Garcia, Gabriel Hernandez, Arianna Marano, Patrizia Menichelli, Giovanna Pezzullo, Gabriella Salvaterra, Daniela Cossu, Joan Gerard Torredeflot

Il Teatro de los Sentidos – noto al pubblico di Napoli per aver partecipato più volte con grande successo al NTFI – ha iniziato la propria ricerca intorno al mondo simbolico del vino nel 1998 producendo diversi lavori tra cui Reneixer (Rinascere) del 2014. Ma perché il vino? «La ricerca sul mondo del vino — si legge nella scheda artistica — ci ha permesso di utilizzare tutti gli strumenti del linguaggio artistico che abbiamo creato in questi 25 anni, il linguaggio sensoriale. Toccare, annusare, gustare, vedere, udire, tutto mescolato nell’esperienza sinestesica che solo qualcosa di così potente e misterioso come il vino può permettere.
Dioniso, dio del vino, dell’ebbrezza, ma anche il dio del teatro, è stata l’altra importante linea di ricerca; il rituale, il mistero ancestrale, la festa, tutti elementi che si accompagnano al mondo simbolico del vino. Il concetto di fermentazione/trasformazione, già affrontato nei progetti precedenti, si arricchisce inReneixer dell’elemento simbolico della “rinascita”, un percorso di “morte-rinascita” che ha portato a lavorare sulla possibilità di reinventarsi, sul potenziale e sull’esigenza di cambiamento continuo. L’uva pigiata sparisce, in qualche modo possiamo dire che muore nella sua essenza di frutto, ma si tratta in realtà di una trasformazione che porta a rinascere nel ben più prezioso e misterioso liquido. Da questo livello metaforico parte il viaggio che offre la possibilità di mettersi in gioco attraversando e vivendo con il corpo e i sensi i diversi passaggi che portano alla creazione del vino, dalla trasformazione ad una possibile rinascita».
In Reneixer il pubblico entra in un luogo magico dove non assiste ad uno spettacolo, ma vive e partecipa direttamente ad un’esperienza tattile, gustativa, uditiva, sensoriale. Tutti gli spettacoli di Teatro de los Sentidos sono viaggi, dove attori/abitanti e spettatori/viaggiatori creano insieme il percorso.

NON FARMI PERDERE TEMPO

27 e 28 giugno Teatro Sannazaro 

di Massimo Andrei
con Lunetta Savino
regia Massimo Andrei
scenografia Luigi Ferrigno
produzione Maurizio Marino per Arteteca, Stefano Sarcinelli per LaprimAmericana

prima assoluta

Tina ha più o meno ventisette anni, ma ne dimostra precisamente una trentina in più perché è affetta dalla Sindrome di Werner, o di invecchiamento precoce. Come tante donne al mondo ha alcuni sogni irrealizzabili e necessita di altrettanti bisogni concreti: un forte senso di maternità che sprigiona in modo esasperante su qualsiasi bambino incontri, un amore passionale per un uomo che non ricambia, l’aspirazione di lavorare come showgirl. Quando comincia a rendersi conto della gravità della sua malattia, anziché dannarsi, inizia una corsa con il tempo per cercare di realizzare i suoi pur semplici desideri. Il tempo le darà conferma di quanto i familiari, unici eredi delle sue proprietà, le siano indifferenti, o meglio interessati unicamente al fatto che muoia presto. E allora comincia a togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Per farlo Tina trova la complicità di un giovane volontario, di nome Marco, conosciuto nell’associazione di malati di patologie genetiche. Il ragazzo l’assiste, ma soprattutto la sostiene nella sua perdente storia d’amore con Giuliano, e nella preparazione di un numero tutto suo come cantante. Tina alla fine riesce in tutto. In modo grottesco, ma ci riesce. E quando capisce che la sua malattia è arrivata a uno stato irreversibile trova anche la forza di combattere i suoi nipoti, intestando i suoi beni immobili all’unica persona che le è stato sempre vicino: Marco. Tina non è una vittima, bensì un’eroina. Le sue sono tutte gesta comuni, risultano grandi perché ha fatto della vita e nella vita ciò che voleva. Individuato il tempo a sua disposizione come risorsa-energia-fortuna-possibilità, se ne è impadronita totalmente e produttivamente: lo ha conquistato

NATURAL PRESENCE

workshop by Michalis Theophanous

Laboratorio 28 e 29 giugno Napoli Teatro Elicantropo

Il laboratorio è rivolto ad artisti provenienti da ogni tipo di percorso artistico ed esperienza.
Nell’improvvisare, l’attore si ritrova a lavorare contemporaneamente su diversi livelli di percezione; ascoltare, osservare, ‘sentire’ attraverso i sensi, recitare e reagire non solo a se stessi ma agli altri in un determinato luogo e tempo.
Come manteniamo quell’attenzione senza sovraccaricarla? Come si fa a non far nulla e tuttavia recitare?
Queste sono alcune delle domande a cui proveremo a dare una risposta, attraverso delle improvvisazioni, giochi e trame semplici, prima da soli e poi in gruppo, esplorando i limiti della visione, dell’ascolto, del tatto.
I partecipanti avranno modo di osservare la natura dei movimenti compiuti dal corpo, dai più basilari gesti umani. E potranno, cosa ancora più importante, adoperare la propria immaginazione e fantasia per innovare l’esecuzione dei propri movimenti e gesti, in un modo che sia unico del proprio corpo.
Lo scopo del laboratorio non è quello di imparare e ripetere un repertorio sul movimento, ma piuttosto quello di trovarsi a proprio agio con il senso di vulnerabilità, necessario per individuare ed eseguire specifici movimenti corporei propri dell’allievo/artista.
Ai partecipanti al laboratorio si chiederà di essere “redattori di se stessi”, per correggere l’atto performativo, attraverso una padronanza dell’attenzione e la capacità di spostarla da un punto all’altro, acquisendo spessore narrativo ma senza perdere chiarezza. Tutto ciò, partendo dal tema dell’energia di gruppo, e l’identità dell’attore in relazione ad essa: seguire gli altri, fargli da guida, allontanarsi, essere d’accordo o meno, lasciarsi manipolare, starsene sulle proprie.

Alcuni punti base da cui partirà il lavoro sono:

– Le relazioni con la musica, gli oggetti e i costumi
– Comprensione dei movimenti corporei basilari
– Entrare (occupare) lo spazio, scomparire dallo spazio scenico
– Le composizioni e le improvvisazioni strutturate

I CINQUE SENSI DELL’ATTORE

Laboratorio dal 28 giugno al 2 luglio Nest Napoli Est Teatro

un progetto di Teatro del Lemming
idea e realizzazione Massimo Munaro
produzione Teatro del Lemming

I cinque sensi dell’attore è l’originale pedagogia teatrale portata avanti dal Teatro del Lemming sul territorio nazionale ed europeo. Questo particolare metodo di lavoro pone al centro il corpo e l’uso dei sensi: corpo non più inteso come protesi di un’intelligenza che dovrebbe guidarlo, ma nella sua pienezza animistica, in quella nudità sorprendente che conduce alla verità dell’incontro con l’altro. Il laboratorio teatrale ruoterà attorno a Le Metamorfosi di Ovidio, nuovo progetto produttivo del gruppo, il cui debutto avverrà nel 2020. «Il teatro si impone così come il luogo dell’incontro, della relazione, e si propone nella sua necessità di evento, di esperienza che prima che cognitiva resta propriamente esistenziale ed organica». I cinque sensi dell’attore, indagati separatamente e poi in continua sinestesia fra loro, diventano, oltre che un appello alla pienezza della vita, una via d’accesso all’altrove del teatro e alle capacità creative dell’attore. Nella sua relazione ravvicinata ed intima con se stesso, con i compagni, con lo spazio e con lo spettatore, l’attore è qui indotto ad una messa a nudo radicale, ad una ricerca personale e tecnica che passa per una disponibilità assoluta all’ascolto e all’attenzione di sé e dell’altro.

SLAP AND TICKLE

28 e 29 giugno Sala Assoli

ideazione e interpretazione Liz Aggiss

Anticonformista, anarchico, indomito e senza paura: Slap e Tickle è una oscura e irriverente testimonianza fisica sui costumi e tabù sessuali. Liz Aggiss si colloca al centro della scena in un tour politicamente scorretto nel quale si passano in rassegna contraddizioni e interpretazioni riguardo donne, ragazze, madri, puttane e anziane. Decifrando mitologie, banalità, ritornelli e vecchie storie di mogli, Aggiss crea un “minestrone femminista” intriso di umorismo e fatto di movimento espressionista, music hall, cambi d’abito, giocoleria e recitazione. Lo spettacolo sfida le convenzioni attraverso pratiche di danza femminista. Slap and Tickle ha vinto il Total Theatre Award Edinburgh Festival nel 2017.
Liz Aggiss, coreografa, performer e artista inglese, negli ultimi 40 anni ha dato un’impronta inconfondibile alla danza contemporanea, rompendo ogni barriera tra arte elitaria e cultura popolare. Vincitrice del Bonnie Bird Choreography Award 1994, è – tra le altre cose – Professore Emerito in Visual Performance alla University of Brighton.

CARNIVOROUS

 28 giugno Napoli Teatro Trianon-Viviani 

prima nazionale  regia Issam Bou Khaled
in collaborazione con Sarmad Louis
con Bernadette Houdeib, Said Serhan & Issam Bou Khaled
testo Issam Bou Khaled e Said Serhan
disegno luci Sarmad Louis
scenografie Hussein Baydoun
costumi Zeina Saab Demelero
produzione Sawsan Chawraba

Attore, drammaturgo, regista libanese, Issam Bou Khaled fa teatro per raccontare “tutto ciò che gli sta a cuore”. Per lui infatti uno spettacolo è uno strumento politico attraverso cui potersi esprimere liberamente.
Nel suo nuovo lavoro, che arriva a Napoli dopo una fortunata tournée europea, una coppia conduce una noiosa e monotona vita in città. I giorni, tutti identici, sembrano un’unica infinta giornata: gli stessi dialoghi ripetuti come una cantilena, i bambini a cui badare, un nuovo attentato sucida non diverso dai precedenti, seguito dalla diffusione della notizia sui social media. Tutto come sempre. Eccetto che per una piccola informazione, abbastanza grande però da far esplodere la relazione della coppia tanto da condurre i due verso la scoperta di un nuovo significato della felicità eterna. Carnivorous non può essere raccontato, ma deve essere vissuto abbandonandosi alle sue intrinseche sensazioni di terrore. Lo spettacolo immerge il pubblico nell’assurdità di una realtà che ci colpisce ogni giorno, fino al fenomeno delle continue esplosioni suicide nella società.

KANATA – ÉPISODE I – LA CONTROVERSE

28, 29 e 30 giugno Napoli Teatro Politeama 

con gli attori del Théâtre du Soleil Shaghayegh Beheshti, Vincent Mangado, Sylvain Jailloux, Omid Rawendah, Ghulam Reza Rajabi, Taher Baig, Aref Bahunar, Martial Jacques, Seear Kohi, Shafiq Kohi, Duccio Bellugi-Vannuccini, Sayed Ahmad Hashimi, Frédérique Voruz, Andrea Marchant, Astrid Grant o Judit Jancso, Jean-Sébastien Merle, Ana Dosse, Miguel Nogueira, Saboor Dilawar, Alice Milléquant, Agustin Letelier, Samir Abdul Jabbar Saed, Arman Saribekyan, Ya-Hui Liang, Nirupama Nityanandan, Camille Grandville, Aline Borsari o Marie-Jasmine Cocito, Man Waï Fok, Dominique Jambert, Sébastien Brottet-Michel o Maixence Bauduin, Eve Doe Bruce, Maurice Durozier
regia Robert Lepage
drammaturgia Michel Nadeau
direzione artistica Steve Blanchet
scenografia e accessori Ariane Sauvé, con Benjamin Bottinelli, David Buizard, Martin Claude, Pascal Gallepe, Kaveh Kishipour, Etienne Lemasson, con l’aiuto di Naweed Kohi, Thomas Verhaag, Clément Vernerey, Roland Zimmermann
pitture e patine Elena Antsiferova, Xevi Ribas, con l’aiuto di Sylvie Le Vessier, Lola Seiler, Mylène Meignier
luci Lucie Bazzo, con Geoffroy Adragna, Lila Meynard
musica Ludovic Bonnier
suono Yann Lemêtre, Thérèse Spirli
immagini e proiezioni Pedro Pires, con Etienne Frayssinet, Antoine J. Chami, Thomas Lampis, Vincent Sanjivy
sottotitoli Suzana Thomaz
traduzione Lucia Leonardi e Duccio Bellugi-Vannuccini
costumi Marie-Hélène Bouvet, Nathalie Thomas, Annie Tran
acconciature e parrucche Jean-Sébastien Merle
suggeritore e professore di dizione Françoise Berge
assistente alla regia Lucile Cocito
produzione Théâtre du Soleil, avec le Festival d’Automne à Paris
in coproduzione con Fondazione Campania dei Festival (Napoli Teatro Festival Italia)

Spettacolo programmato in collaborazione con La Francia in Scena. La Francia in Scena, stagione artistica dell’Institut français Italia, è realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno dell’Institut français e della Fondazione Nuovi Mecenati.

prima nazionale

È la prima volta, in cinquantaquattro anni di storia, che Ariane Mnouchkine affida la compagnia del Théâtre du Soleil a un regista esterno, Robert Lepage, artista canadese più volte apprezzato al NTFI. La pièce immaginata dal regista unisce frammenti di una vasta epopea che ripercorre duecento anni della storia del suo paese – “kanata” è la parola irochese che significa “villaggio, paese” e che ha dato origine al termine Canada – e sancisce l’incontro, attraverso gli attori, tra due registi convinti che l’artista può essere testimone del proprio tempo.
«È stato l’incontro con Ariane che mi ha spinto ad approfondire il tema delle presenze di indigeni in Canada. L’idea è nata naturalmente perché è vero che da diverso tempo avevo voglia di trattare questo argomento, ma ero in attesa dell’occasione giusta. Si tratta di un tema che nasconde tantissimi preconcetti – e non parlo solo dello sguardo francese sulla cosa, ma più in generale europeo: esiste una sorta di illusione secondo cui dato che noi canadesi viviamo accanto alle comunità indigene dobbiamo per forza conoscere intimamente la loro storia e i loro problemi attuali. Ma non è affatto così! L’intenzione è stata quella di unire le nostre due compagnie e di realizzare questo spettacolo […].»
Nel luglio 2018, a pochi giorni dalla prima di Kanata, le prove dello spettacolo vengono interrotte a causa della protesta di intellettuali autoctoni, che accusano il regista di non aver coinvolto in scena artisti della comunità indigena . Lo spettacolo, recitato dagli attori del Théâtre du Soleil diretto da Ariane Mnouchkin – perfomer provenienti da ogni angolo della terra che si sono avvicinati agli indigeni attingendo alle loro esperienze di vita ha finalmente debuttato nel dicembre 2018 al Cartoucherie. Il titolo aggiornato contempla la polemica intorno alla produzione : un commento meta-teatrale da parte di Lepage sul ruolo degli artsiti nells società contemporanea.

OFF CELLS

28 giugno Napoli  Cortile delle carrozze di Palazzo Reale

autricecoreografaperformer Sara Lupoli
curatela e drammaturgia Marco Izzolino
programmazione Fiorenzo Dario Ramaglia
arte multimediale Matteo Vinti
composizione musicale Francesco Giangrande
produzione Art Garage (Napoli)
supporto alla produzione N+N Corsino (Marseille), Casa del Contemporaneo (Napoli), l’Asilo (Napoli), Körper (Napoli), PianoBe (Marseille)
studio luce e fotografia Sabrina Cirillo

Off-Cells è un percorso interattivo digitale per performer e pubblico. Concepito come uno spazio crossmediale autonomo, risponde al movimento del corpo, determinando una serie di combinazioni luminose e sonore attraverso la simbologia del rapporto uomo-natura. Si tratta di un’area multimediale 4D, costituita da una rete di spot multisensoriali, principalmente luminosi e sonori. Un percorso performativo in cui lo spazio si riempie di suono, luce e di altri stimoli sensoriali, e si satura grazie ad un sistema di loop station in etere, il cui controllo è affidato al movimento. Un viaggio sinestetico, in cui i campi percettivi si confondono, tra habitat della memoria e spazi immaginari. L’elemento performativo dominante è il gioco di movimento nell’attivazione dei software interattivi, che risponde a diverse logiche, pattern coreografici e piani narrativi, in una sequenza concatenata di azioni in rapporto di causa-effetto. Microuniversi emotivi e architetture di contrasti tra luce e ombra, abitati dal corpo, medium sensibile e vibrante che agisce in un ambiente in cui tutti i sensi confluiscono in un unico sistema complesso: una vera e propria polifonia sensoriale. L’intento principale è quello di mettere in relazione lo spazio fisico con lo spazio immaginato ed invitare gli osservatori ad allenare una coscienza cinestetica, per incontrare parte di se stessi durante il percorso. Tra opposizioni di buio e luce e di visibile e non-visibile, Off-Cells si pone come uno scenario possibile di percorrenza dell’inconscio e come metafora della profondità della nostra natura interiore.

COLTELLI NELLE GALLINE

29 e 30 giugno Teatro Nuovo Napoli

di David Harrower
traduzione Monica Capuani
regia Andrée Ruth Shammah
scene Margherita Palli
luci Camilla Piccioni
con Eva Riccobono, Alberto Astorri, Pietro Micci
coproduzione Teatro Franco Parenti, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, e Spoleto 62 Festival dei Due Mondi

prima assoluta

Il primo testo del pluripremiato drammaturgo scozzese David Harrower racconta di un triangolo sentimentale ambientato in un contesto rurale e primitivo attorno a cui ruotano gli intimi interrogativi di una donna, della quale non verrà mai pronunciato il nome, alle prese con le scoperte della vita.
Una scrittura selvaggia e spezzettata frattura il mondo in cui sono calati i tre personaggi protagonisti della storia. L’incontro con Gilbert Horn, l’emarginato mugnaio del villaggio, diviene decisivo per la giovane, che (ri)scopre, anche attraverso la scrittura, una maniera inedita di affrontare il proprio percorso di conoscenza. Il mugnaio si insinua nelle convinzioni preconcette della donna, gettando nuova luce sul suo matrimonio e sulla possibilità di costruirsi una vita al di fuori dei confini fisici e sociali di un villaggio “muto”, privo di parole.
«Quando mi è giunto questo testo ho provato subito una forte fascinazione per la potenza della scrittura e per il disegno dei personaggi, di tre vite autonome, di tre solitudini a confronto così primitive ed originali. Mai come in questo caso ritengo che la regia di una donna sia indispensabile per cogliere la densità passionale di cui l’opera è pervasa – scrive Andrée Ruth Shammah. Non a caso, lo spazio scenico sarà affidato a Margherita Palli, una delle più importanti scenografe del panorama teatrale e le luci, a Camilla Piccioni, solida light designer dei miei ultimi spettacoli.
Eva Riccobono, l’immagine femminile per eccellenza, è stata per me una vera rivelazione, una messa alla prova di una reciproca sensibilità femminile che nella mia storia ha più volte dato vita ad esperienze e produzioni di successo».

629 Uomini in gabbia

29 e 30 giugno Campetti calcio Sanità 

un progetto di Mario Gelardi
testi spagnoli di Marc Angelet, Gemma Brió, Marta Buchaca, Jordi Casanovas, Clàudia Cedó, Cristina Clemente, Guillem Clua, Daniela Feixas, Marta Galán, Llàtzer Garcia, Josep Maria Miró, Pau Miró, Anna Maria Ricart, Pere Riera, Marc Rosich, Jordi Oriol, Marilia Samper, Mercè Sarrias, Victoria Szpunberg, Joan Yago
traduzione Alessio Arena
testi greci di Yannis Papazoglou, Giorgio Maniotis, Maria Yiayiannou, Konstantinos Bouras
traduzione Giorgia Karvunaki
testi italiani di Emanuele Aldovrandi, Alessio Arena, Tino Caspanello, Mario Gelardi, Domenico Loddo
con Vincenzo Antonucci, Alessio Arena, Simone Borrelli, Riccardo Ciccarelli, Mariano Coletti, Carlo Geltrude, Marcello Gravina, Davide Mazzella, Alessandro Palladino
regia Mario Gelardi
drammaturgia scenica Costantino Raimondi
musiche Tommy Grieco
costumi Alessandra Gaudioso
produzione Nuovo Teatro Sanità

prima assoluta

Domenica 10 giugno 2018, il governo italiano non ha concesso alla nave Aquarius della flotta della Ong Medici Senza Frontiere di fare ingresso in un porto italiano. A bordo si trovavano 629 migranti, tra cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini, 7 donne incinte. In quel momento, 629 erano anche i deputati della Repubblica Italiana: una strana coincidenza numerica, tra uomini che decidono e uomini che non hanno alcun diritto, è alla base di questo progetto.
Lo spettacolo nasce mettendo insieme più di venti autori, provenienti da tre diversi paesi — Spagna, Grecia e Italia —, che hanno deciso di affrontare insieme un viaggio verso la diversità, attraversando il clima di odio violento cui è approdata l’Europa. A nulla servono le manifestazioni di sensibilizzazione: la politica segue un’altra rotta, un percorso che vuole il rifugiato, lo straniero, come nemico. Tra l’altro è sempre più comune vedere usati indistintamente i termini rifugiato e migrante dai media e nei dibattiti pubblici, ma vi è una differenza fondamentale dal punto di vista legale. Confonderli può avere conseguenze importanti per rifugiati e richiedenti asilo, così come generare fraintendimenti nel dibattito sull’asilo e la migrazione. Rifugiato indica una precisa definizione legale e specifiche misure di protezione stabilite dal diritto internazionale. Si riferisce a persone che si trovano al di fuori del loro paese di origine a causa di persecuzioni, conflitti, violenze o altre circostanze che minacciano l’ordine pubblico, e che, di conseguenza, hanno bisogno e diritto a “protezione internazionale.” Sono uomini e donne per i quali il rifiuto della domanda di asilo potrebbe avere conseguenze potenzialmente mortali.

IL VIAGGIO DI NEACO’ Favola in forma di Concerto

30 giugno Duomo di Amalfi

autori del progetto Antonio Carluccio, Luigi Carbone, Giovanni Imparato e Aldo Perris
registi Antonio Carluccio e Aldo Perris
con Piccola orchestra NeaCo’, Giovanni Imparato (percussioni e voce). Aldo Perris (basso e voce), Luigi Carbone (tastiere, voce e voce narrante), Antonio Carluccio (chitarra e voce), Mats Eric Hedberg (chitarra ben temperata, e-bow e voce), Davide Grottelli (flauto dolce, flauto traverso, clarinetto, sax soprano e sax tenore), Anna Rita di Pace (violino e voce)

Questa favola in forma di concerto, che nasce dell’intuizione di Antonio Carluccio, Luigi Carbone, Giovanni Imparato e Aldo Perris, è la narrazione di un viaggio compiuto da un percussionista napoletano, il quale abbandona la sua città e la sua famiglia, girando il mondo allo scopo di spegnere i demoni della sua irrequietezza. Nel suo viaggio, egli porta un frammento della sua Napoli, contaminandolo con gli stili musicali di ogni paese che visita.
La storia comincia quando il figlio riceve il diario di viaggio di suo padre e, attraverso quegli scritti, impara a conoscerlo e pian piano impara anche a conoscere il mondo. Alla fine del viaggio (e del diario), il padre lascia un messaggio a quel figlio che non ha visto crescere. Gli parla di una Napoli cercata da lui in tutto il mondo e della scoperta che tutto il mondo era già a Napoli. Lo spettacolo si configura come un messaggio di apertura al nuovo e un invito globale all’inclusività. Le pagine del diario parafrasano le canzoni più famose della nostra tradizione, perfettamente fuse con i brani o i generi più significativi dei vari luoghi attraversati nel corso del viaggio.
Ciò che rende unica questa forma di spettacolo è che il progetto musicale non è una semplice favola in musica, né un esercizio unilaterale di stile della canzone napoletana, ma si tratta di una totale contaminazione della canzone napoletana con tutti i generi del mondo. Vi si trova ‘A tazza ‘e cafè in versione reggae, Indifferentemente diventa un tango, ‘O sarracino rimodulato come un funky, Dicitencello vuje viene presentato come una salsa, Te voglio bene assaje diventa invece un pezzo jazz e Lo guarracino si fa rap.

FAUSTO DOKTORE

30 giugno Napoli Cortile delle carrozze di Palazzo Reale
liberamente ispirato a
 Faust di Marlowe
con Diletta Acanfora, Angela De Matteo, Massimo De Matteo, Ivano Schiavi
regia Antonio Speranza e Ario Avecone
drammaturgia e adattamento Raffaele Speranza
musiche originali M° Mimmo Napolitano
scene e costumi Nunzia Russo
direzione organizzativa DietroLeQuinte
produttore esecutivo Work In Musical
produzione Compagnia M.A.T.I.

In una sala operatoria dei nostri giorni, si consuma la tragedia del Dott. Faust. Sull’altare che troneggia al centro della scena vedrà morire alcuni suoi pazienti e non potrà fare nulla per salvarli. Soltanto con l’intervento di Mefistofele, rappresentato dal manager di una casa farmaceutica, Faust avrà la possibilità di scegliere se utilizzare o meno un farmaco miracoloso che ogni male guarisce, in cambio della sua stessa vita. Accanto al Dott. Faust due clown dottori: attraverso i loro siparietti, ideati per alleviare le sofferenze dei pazienti con il sorriso, commenteranno gli attimi salienti dello spettacolo alla maniera del Kabarett tedesco. Lo spettacolo ha per tema la morale e il suo modificarsi a seconda del cambiamento dei tempi e della convenienza.

LEONARDO Festa del paradiso

1 luglio Teatro Mercadante 

regia Emiliano Pelissari
direzione musicale Walter Testolin
coreografia Mariana Porceddu
costumi Giusi Giustino
organizzazione e coordinamento artistico Francesca Liguoro e Adelaide Mascola

debutto nazionale

Nel 500mo anniversario della morte, Emiliano Pellisari, Walter Testolin e Mariafederica Castaldo – Fondazione Pietà dei Turchini – celebrano l’arte e il genio di Leonardo Da Vinci.
Leonardo propone al pubblico un’esperienza percettiva del meraviglioso mondo del rinascimento italiano. Lo spettacolo è un’avventura di danza e teatro (gli spettatori del NTFI ricorderanno l’incredibile Aria dello scorso anno), durante la quale sei danzatori acrobati fluttuano nell’aria in una continua ricerca di equilibrio e perfezione. I corpi mutano forma in un mondo onirico senza gravità e danno vita ad una serie di tableaux vivant in cui allegorie platoniche sono rappresentate come in un dipinto leonardesco. Il lavoro «mette in scena la straordinaria relazione tra gli aspetti immanenti e trascendenti dell’umano, come la magnifica e perfetta concretezza di un corpo forte e tangibile – si legge nelle note di regia – e la leggera e astratta grazia dell’immaginazione».

TIRESIAS …

1 luglio Sala Assoli
Regia, coreografia, costumi e scenografia Michalis Theophanous

Musiche originali Dickie Landry & Giwrgos Poulios
Editing sonoro Stephanos Droussiotis
Aiuto coreografo Georgia Tegou
Scenografia e costumi in collaborazione con Mayou Trikerioti
Luci in collaborazione con Mike Toon & Adrienne Ming
Performer Michalis Theophanous
Luci e suono Bruce Sharp
Fotografo Nikolas Louka
Editing video Max Dinnar
Co-prodotto da Change Performing Arts

prima nazionale

Tiresias… è un progetto allegorico basato sul personaggio mitologico dell’indovino cieco. Concepito come uno spettacolo che si muove sul confine tra danza e performing art, questo assolo vuole esplorare la complessa natura del personaggio di Tiresia, attraverso immagini e simbolismi che si riferiscono a tutte le informazioni che già conosciamo dell’eroe, ma anche a tutte le ipotetiche azioni che potrebbe compiere nell’intimità di una stanza privata, come se lo spettatore lo osservasse da uno spioncino. Questa doppia vita offre uno sguardo sulla sua cecità, sessualità, e sdoppiamento di personalità; ma anche su come la sua saggezza avrà la meglio sulla solitudine. Tiresias… è una meditazione in danza sull’antichità, la modernità e l’immanente ambiguità dell’esistenza. L’indovino è evocato in scena tramite uno stato fluido tra realtà e illusione. Il suo personaggio è ricordato attraverso un paesaggio sonoro mitologico, dove il suono corrente dell’acqua si mescola all’eco di animali nella foresta. Alla ricerca dei segni che alla fine riveleranno il profeta, l’attore graffia la scena con la sua partitura di battiti. Il suo corpo prende sembianze effimere che cambiano all’infinito, come un soggetto in continua evoluzione, che cerca in ogni nuovo passo un significato rinnovato, una nuova storia per il suo io interiore. Tiresia diventa così la nostra guida in un processo che parte dall’animale e dall’irrazionale, e successivamente irrompe nella sfera umana, dove il passato e il futuro si incontrano nella dimensione attuale. Un’immagine che non racconta una verità, ma che potrebbe darci una traccia per capirne la storia.

PRINCIPLES IN ACTING

Laboratorio dal 1 al 7 luglio Palazzo Fondi

laboratorio a cura di Tomi Janežič

Principles in acting è un workshop, a cura di Tomi Janežič, che si basa sullo psicodramma come strumento per l’esplorazione del processo creativo dell’attore e sui principi di base delle tecniche di recitazione. Attraverso l’analisi della vita di un personaggio, i partecipanti indagheranno – in una sfida personale – le potenzialità del processo creativo.
Tomi Janežič – per il terzo anno al NTFI – è un regista teatrale, professore universitario e psicoterapista. Ha conseguito la laurea in regia teatrale presso l’Accademia di Teatro, Radio, Film e Televisione di Lubiana. In venticinque anni ha studiato in Slovenia e all’estero, in particolare nel campo delle tecniche di recitazione, psicodramma e analisi di gruppo. Janežič è uno dei registi teatrali sloveni più conosciuti all’estero. Ha tenuto conferenze e collaborato come artista invitato in diversi paesi (Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Macedonia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Italia, Austria, Francia, Belgio, Norvegia, Portogallo, Russia e USA). I suoi lavori sono stati presentati in festival nei paesi dell’ex Jugoslavia, in tutta Europa, in Russia e negli Stati Uniti. Janežič ha ricevuto oltre trenta premi e riconoscimenti internazionali per il suo lavoro artistico.

RADICI

Laboratorio dall’ 1 al 5 luglio e dall’ 8 al 12 luglio
Prova aperta 12 luglio
Teatro Civico 14 – Caserta

laboratorio guidato da Roberto Solofria, Rosario Lerro e Luigi Imperato
in collaborazione con le maestranze di Mutamenti/Teatro Civico 14
con il musicista Paky Di Maio, lo scenografo Antonio Buonocore, la costumista Alina Lombardi, le attrici e gli attori della compagnia Ilaria Delli Paoli, Antimo Navarra, Vincenzo Bellaiuto, e l’organizzatore di compagnia Napoleone Zavatto

Radici è un laboratorio sulla pratica scenica, rivolto a giovani allievi attori tra i 18 e 22 anni, che indaga il passaggio dall’età infantile a quella adulta. I ragazzi esplorano il tunnel dell’adolescenza attraverso la lettura di autori come Wedekind, Kelly, Russo, Paravidino e l’analisi di fatti di cronaca, con l’obiettivo di tramutare l’evento in simbolo, la realtà in artificio significante, in segno. Training fisico-sensoriale, azione teatrale, narrazione orale, improvvisazione: sono questi gli strumenti di approccio dei partecipanti, che trovano nel laboratorio un luogo nel quale esprimere la propria unicità e scoprire la possibilità di sognare e raccontare «il bambino che si fa lupo prima di farsi uomo, si chiude in branco e attacca, attacca chi può, spesso un altro debole, ancora più fragile, più per paura che per fame, più per incoscienza che per scelta. Alle radici della violenza, alle radici di un male apparentemente insensato». Un lavoro basato sul forte “rispetto” nei confronti del Teatro inteso come spazio di creazione, come accrescimento delle capacità comunicative, un viaggio alla scoperta delle possibilità espressive del corpo, dei trucchi dell’utilizzo della voce. In Radici il Teatro è “gioco” in cui mente, corpo e voce sono strumenti per emozionare ed emozionarsi, alla costante ricerca di “gesto”, di una “parola”, di una “verità”

IL TEMPO È VELENO

1 e 2 luglio Teatro Sannazaro 

di Tony Laudadio
con Andrea Renzi, Tony Laudadio e cast in via di definizione
regia Francesco Saponaro
coproduzione Teatri Uniti e Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

prima assoluta

Il Tempo è veleno è una commedia amara e melanconica che intreccia tre età della vita e tre momenti temporali diversi in un unico e simbolico spazio: l’ampio salone di un appartamento napoletano che guarda il mare.
Anni Settanta. Paco e Bianca, una coppia di coniugi, si confrontano con la scelta definitiva di acquistare la casa nella quale vivono. Bianca è incinta di Sara, la loro primogenita, ma sembra avere qualcosa che la tormenta. Vent’anni dopo, negli anni Novanta, Sara e Marta, le loro figlie, stanno per separarsi per sempre, a causa della decisione di Sara di seguire le spinte della sua natura ribelle. Ancora un salto temporale, fino ai giorni nostri. Marta, ormai adulta, sta cercando di negoziare con Ennio la vendita della casa di famiglia, groviglio di ricordi, di segreti nascosti tra lettere, fotografie e fantasmi. «Di solito il tempo lenisce il dolore – racconta il regista Francesco Saponaro – qui, invece, il tempo alimenta l’angoscia di cui si servono i ricordi, i sensi di colpa e le paure. Improvvisi turbamenti costringono i personaggi di questa commedia a ripensamenti e incertezze, a gesti di stupidità quotidiana che dietro l’illusione trasgressiva del gioco nascondono un’essenza di morte. E non c’è scampo, non c’è antidoto, non c’è redenzione, perché il tempo precipita lentamente nelle nostre vite come una goccia crudele di inesorabile veleno».

IO SUGNO

2 luglio Napoli Spazio della Commedia Futura

di e con Davide Paciolla
produzione Progetto Goldstein

Un racconto, un sogno o semplicemente un delirio? Probabilmente nessuna delle tre cose o, forse, tutte e tre insieme. Io sugno è un “non spettacolo” in cui la coscienza della realtà si mescola all’incoscienza dei sogni. E si sogna per dimenticare, per sforzarsi di poter ancora credere in qualcosa o perché, banalmente, si è. Scrive Davide Pacciolla: «Essere implica desiderare di divenire altro. Altro da sé, da ciò che crediamo di rappresentare e dall’immagine che gli altri hanno di noi. Così come mille fantasmi che aleggiano nella mente di un individuo, così mille scene in questo testo si accavallano e si confondono riallacciandosi l’una all’altra in un continuo alternarsi tra realtà e fantasia. Essere chi? Cosa? Ed, ovviamente, essere o non essere? E così via sguazzando nell’inadeguatezza dell’esistere con un occhiolino al pubblico ed un altro all’ironia della vita. Ma si riesce poi davvero nella vita ad essere se stessi o la rappresentazione di ciò che siamo inevitabilmente ci precede? Ma è possibile definire se stessi in un momento in cui la nostra immagine è così vincolata a quella della massa? Quanto a parlare siamo davvero noi stessi e quanto, invece, siamo solo il riflesso di un sistema comportamentale collettivo? Non risulta, allora, inevitabile “l’uno, nessuno e centomila” pirandelliano? E non è, anzi, forse l’unica alternativa di una fedeltà a se stessi altrimenti deviata?». Il lavoro presenta una sequenza di immagini, di scene, di racconti: la commistione di una memoria vissuta ad una inventata: entrambe con ragione di esistere ed entrambe portatrici di verità che non si escludono affatto, ma che ironicamente, al contrario, si completano. Un divertissement per l’attore e per chi lo guarda, una risata amara nel viaggio onirico della realtà dei sogni.

HADRA

2 e 3 luglio Donnaregina Vecchia 

ideazione e coreografia Alexandre Roccoli
in collaborazione con Youness e Yassine Aboulakoul
composizione sonora Benoist Bouvot
luci Séverine Rième
coproduzione Ballet du nord, Roubaix – Espace des Arts, Scène nationale de Chalon-sur-Saône – manège, scène nationale, Reims – La Briqueterie, CDCN du Val-de-Marne – le Musée national de l’histoire de l’immigration, Palais de la Porte Dorée, Les Subsistances, Lyon
La compagnia A Short Term Effect è sostenuta da DRAC Auvergne-Rhône-Alpes, la Région Auvergne-Rhône-Alpes, la Ville de Lyon et l’Institut Français

Spettacolo programmato in collaborazione con La Francia in Scena. La Francia in Scena, stagione artistica dell’Institut français Italia, è realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno dell’Institut français e della Fondazione Nuovi Mecenati.

prima nazionale

Con Hadra, il coreografo francese figlio di minatori di origine italiana Alexandre Roccoli si apre a un nuovo ciclo di creazione. Inizialmente ideato per il danzatore marocchino Yassine Aboulakoul (poi raggiunto dal fratello Youness), il lavoro si concentra sulla potenza del desiderio di danzare.
Per Hadra, solo creato nel 2017 al Musée de l’Histoire de l’Immigration, Alexandre Roccoli prende ispirazione dalle danze di possessione diffuse sia nel Marocco delle confraternite gnawa ma anche in certe culture contemporanee urbane, dall’hip hop alla musica house.
Utilizzando la ripetizione dei movimenti e dei suoni, Alexandre Roccoli produce un’estetica circolare, ipnotica e magnetica in cui il corpo è colto dalle vertigini della danza. Oscillando tra stati di grazia e stati di choc, l’energia dei giovani danzatori marocchini Yassine e Youness Aboulakoul trasmettono un folle desiderio di danzare.
Il percorso artistico di Alexandre Roccoli fa dialogare la danza contemporanea con forme e rituali tradizionali, ancestrali. Queste interazioni tra passato e presente trovano un corrispettivo anche nell’incontro esplosivo che propone tra musica elettronica e fenomeni di trance più arcaici.
La ricerca di un linguaggio pluridisciplinare è ciò che muove la compagnia A Short Term Effect (ASTE). I progetti avviati da Alexandre Roccoli in Francia, negli Stati Uniti (New York) o in Europa (Bruxelles, Berlino), realizzati individualmente o in gruppo, propongono differenti forme artistiche, dalla coreografia alle arti plastiche, alla musica.
Dalla realizzazione di A short term effect (2006), Alexandre Roccoli pone il tema della memoria e delle sue alterazioni al centro della propria ricerca, interrogandosi sui processi di finzione che operano nel lavoro di ricostruzione mentale.

M/Y

3 luglio mNapoli Teatro Trianon-Viviani 

coreografia di Julie Cunningham
danzatrici Hannah Burfield, Julie Cunningham, Eleanor Perry, Steph McMann, Sara Ruddock, Seira Winning
disegno luci Tom Visser
composizione e suono Nell Catchpole
scenografia e costumi Alexa Pollman
drammaturgia Joyce Henderson
commissionato da Sadler’s Wells and premiato al Sadler’s Wells London

prima nazionale

M/Y esprime l’interesse dell’artista scozzese Julie Cunningham per le teorie di genere attraverso l’uso di movimenti precisi, che catturano l’attenzione e esplorano un approccio nuovo alla coreografia.
Il lavoro, pensato per sei danzatrici, indaga l’identità del corpo e del suo stato emozionale, ricercando una correlazione tra il movimento e alcuni testi che traggono ispirazione dalla cultura popolare e dalla letteratura. Julie Cunningham sta sviluppando un nuovo linguaggio di movimento che apre la sua tecnica all’improvvisazione e a nuove forme d’arte, come il teatro e la poesia. Lo spettacolo si propone di dare voce creativa al dialogo con la comunità LGBTQ+. M/Y fa infatti parte di un più ampio lavoro sul corpo lesbico: evoca la fisicità femminile per attirare uno sguardo femminile. Ispirata da The Lesbian Body, un racconto di Monique Wittig, scrittrice femminista francese, Cunningham immagina un mondo di regole fluide, dove i confini dei corpi si dissolvono e le identità non sono predefinite, nel tentativo di creare un nuovo linguaggio che possa funzionare al di fuori delle strutture dominanti del potere patriarcale, riflettendo al contempo sul significato del tempo.

CONTES IMMORAUX PARTE 1: MAISON MÈRE

3 luglio Napoli Teatro Politeama 

scrittura e drammaturgia Phia Menard e Jean-Luc Beaujault
scenografia Phia Menard
interpretazione Phia Menard
composizione sonora e suono Ivan Roussel
direttore di scena Pierre Blanchet e Rodolphe Thibaud
costumi e accessori Fabrice Ilia Leroy
fotografie Jean-Luc Beaujault
codirezione, amministrazione e distribuzione Claire Massonnet
direttore generale Olivier Gicquiaud
responsabile produzione Clarisse Merot
responsabile comunicazione Adrien Poulard
addetto alla distribuzione Ana.s Robert
produzione Compagnie Non Nova.
in coproduzione con documenta 14 – Kassel et Le Carré, Scène nationale et Centre d’Art contemporain de Château-Gontier.

Spettacolo programmato in collaborazione con La Francia in Scena. La Francia in Scena, stagione artistica dell’Institut français Italia, è realizzata su iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, con il sostegno dell’Institut français e della Fondazione Nuovi Mecenati.

prima nazionale

Dopo la formazione in giocoleria con Jérôme Thomas, Phia Ménard fonda la compagnia Non Nova nel 1998. I suoi spettacoli affrontano questioni sociali che le stanno a cuore e per le quali si impegna apertamente: l’identità, il genere, la difesa dei diritti dell’uomo. Le sue esplorazioni artistiche si concentrano sulla materia, sul modo in cui si può plasmare e trasformare, sulle emozioni che ciò produce sul nostro corpo e sul nostro spirito: il ghiaccio (P.P.P.), l’aria (L’après-midi d’un foehn, VORTEX), l’acqua il vapore (Belle d’Hier créé nel 2015 a Montpellier Danse). Nella sua nuova performance, commissionata da Documenta 14 di Kassel, ha risposto al tema proposto dalla manifestazione: “Imparare da Atene/Per un parlamento del corpo”. Ispirandosi alla casa di Atena, il Partenone, che proteggeva il tesoro della città, immagina una casa di protezione per l’Europa. In questa prima parte di Contes Immoraux, Maison mère, (Racconti Immorali, Casa madre) Phia Ménard costruisce un “villaggio Marshall” a dimensioni reali, in cartone.
Perché un “villaggio Marshall”? Il nonno paterno di Phia Ménard fu una delle numerose vittime del bombardamento che devastò la città di Nantes nel settembre 1943. Affinché gli Alleati potessero impegnare le loro truppe sul suolo europeo, la strategia del bombardamento a tappeto fu, per tutta l’Europa occidentale, un dramma umano senza precedenti. Intere città furono distrutte seppellendo i loro abitanti. Una volta adulta, Phia Ménard ha capito che quando la sua famiglia si recava al cimitero, non era per andare a onorare la tomba del nonno, bensì una fossa comune. Ha così fatto i conti con l’infamia della guerra e l’assurdità del famoso piano Marshall: organizzare una distruzione e gestire la ricostruzione seguendo modelli di case prefabbricate e riscritture di piani di sviluppo urbano. È così che, in questa performance, Phia Ménard costruisce da sola sulla scena un Partenone di cartone. Stende, disegna, taglia, assembla, monta. Tutto sembra perfetto se non fosse per una nuvola che oscura la scena

RESPIRO PIANO

4 luglio Napoli Spazio della Commedia Futura

testo Piera Russo e Nicola Maiello
regia e interpretazione Piera Russo
assistente alla regia Iolanda Salvato
produzione Associazione Fratelli Di Versi

Campania, fine anni ‘50 del Novecento. Matilde è alle prese con gli operai intenti a liberare la casa della famiglia d’origine. La giovane donna ha deciso di cedere l’appartamento e sta selezionando la mobilia da tenere in ricordo, vendere all’antiquario o distruggere. Ogni oggetto, rimasto perfettamente integro nonostante il tempo passato, le rievoca un ricordo lontano, un’emozione: il vecchio giradischi del nonno, i fragili giocattoli regalati dallo zio, la finestra serrata dalla madre ma anche l’imperioso armadio, un’enorme misterioso rifugio che chiede di essere aperto per non tramutarsi in gabbia. Respiro Piano è il viaggio catartico nei ricordi di una donna. Attraverso l’utilizzo creativo del corpo e della voce, si evocano luoghi fisici e luoghi della memoria all’interno dei quali prendono vita i vari personaggi della storia familiare della protagonista.
Cresciuta in una famiglia con una cultura fortemente patriarcale, dove vigeva la pretesa di controllare la vita assoggettandola a rigide regole tradizionali, Matilde a sua insaputa rappresenta il diverso, lo scarto dalla norma, l’imprevisto non contemplabile. Matilde è il frutto dell’eros, di un rapporto extraconiugale tenuto nascosto per non macchiare l’onore della stirpe. La verità celata confonde, si intravede nei non detti e si palesa in violenza che Matilde, bambina ignara, subisce. Ma lei, diversa di sangue, si fa carico di una diversità di pensiero, sceglie di aprire l’armadio, il luogo che più la spaventa, e di andare fino in fondo a se stessa per uscirne finalmente integra. Respiro Piano è la storia di un percorso individuale di emancipazione femminile nell’Italia meridionale della prima metà del Novecento: Matilde è il simbolo della rivoluzione, dove per atto rivoluzionario si intende la ricerca coraggiosa dell’autenticità.

IN FLAGRANTE DELICTO GESUALDO DA VENOSA, PRINCIPE DEI MUSICI

4 e 5 luglio Sala Assoli

ideazione e regia Roberto Aldorasi
testi Francesco Niccolini
luci Danilo Facco
sound engineering Carmine Minichiello
con Marcello Prayer
musiche Alessandro Grego
produzione Occupazioni Insolite

Sulle tracce di Gesualdo da Venosa. Un lavoro di ricostruzione e ricerca, di verità storica e riproposizione poetica, fra storia, mito e leggenda. Il tentativo di sottrarre all’oblio un personaggio dall’ombra inquietante, pieno di contraddizioni e turbamenti e un tempo, quello tra fine Cinquecento e inizio Seicento, cupo e violento, eppure ricco di scoperte rivoluzionarie.
E, come in un quadro di Caravaggio, tra luce e ombra provare a ricostruire il mosaico: la vita, l’epoca, i sentimenti, la religione, la colpa, il dovere, la forma e la musica. Come in un madrigale, tessere la trama delle mille voci della mente di Gesualdo, la polifonia dissonante della sua coscienza e delle sue passioni, della sua indole e dei suoi doveri, delle sue composizioni sublimi e dei suoi delitti, esplorando il confine tra narrazione e teatro drammatico proprio come, all’inizio del Seicento, la composizione musicale oscillava tra polifonia e monodia, tra la pittura musicale dei testi e la nascita
del melodramma.
Lo spettatore di In flagrante delicto è immerso in una camera d’ascolto disegnata con cinque diffusori che compongono uno spazio acustico dinamico e intermediale: la drammaturgia delle voci, dei suoni e delle musiche dello spettacolo genera e trasforma ambienti, in un movimento continuo gestito dalla regia del suono e, tramite gli impulsi vocali, dall’attore stesso.

ORGOGLIO E PREGIUDIZIO

4 e 5 luglio Teatro Mercadante 

 di Jane Austen
adattamento Antonio Piccolo
regia Arturo Cirillo
con Arturo Cirillo, Riccardo Buffonini, Alessandra De Santis, Rosario Giglio, Valentina Picello, Sara Putignano, Giulia Trippetta, Giacomo Vigentini
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
luci Camilla Piccioni
musiche Francesco De Melis
assistente alla regia Mario Scandale
assistente scenografo Eleonora Ticca
assistente costumista Nika Campisi
produzione Marche Teatro, Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale

prima assoluta

Perché Arturo Cirillo sceglie di portare a teatro Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen?
«Perché penso – scrive nelle note di regia – che sia una scrittrice con un dono folgorante per i dialoghi. Perché sono affascinato dall’ottocento, e dal rapporto fra i grandi romanzi di quell’epoca e la scena. Infatti provai un raro piacere, svariati anni fa, ad affrontare uno strano testo di Annibale Ruccello (strano perché al confine tra il musical e la commedia, tra la parodia e la ri-scrittura) ispirato a Washington Square di Henry James.
Perché l’ironia di questa scrittrice, il suo sguardo acuto ma anche distaccato sui suoi personaggi l’amo molto. Perché il mondo della Austen dove apparentemente non accade mai nulla di eclatante, abitato per la maggior parte da creature che stanno abbandonando la fanciullezza per diventare ragazze da marito o giovani scapoli da sposare, mi affascina; con tutto il pudore, i turbamenti, le insicurezze, e anche l’orgoglio e i pregiudizi che la giovinezza porta con sé.
Perché questo mondo sociale dove ci si conosce danzando, ci si innamora conversando, ci si confida con la propria sorella perché i genitori sono, ognuno a suo modo, prigionieri del proprio narcisismo, non mi sembra così lontano da noi. La povera e zitella Jane Austen si divertì a sottrarsi a tutto questo mettendolo in scena nei suoi romanzi, che sono una spietata critica e allo stesso tempo un’amorosa dichiarazione d’appartenenza alla propria epoca. Per fare questo si cala nei suoi personaggi/alter ego amandoli e prendendoli un po’ in giro, magari standosene nascosta dietro una tenda ad osservarli, ridacchiando tra sé. Da dietro quella tenda, come nel buio di una quinta, celata agli sguardi altrui ma attenta a non farsi sfuggire nulla di ciò che accade, Jane Austen reinventa la realtà attraverso la sua rappresentazione, ma mai smettendo di essere vera. Come avviene in teatro».

VOCI DEL MEDITERRANEO

arrangiamenti e direzione musicale Carlo Morelli
con Coro della Città di Napoli e M’Barka Ben Taleb

5 luglio Cortile d’onore di Palazzo Reale

Lo spettacolo prevede un fantastico viaggio dalla canzone classica napoletana al soul partenopeo, dalle nuances delle villanelle napoletane al blues mediterraneo: gli arrangiamenti del maestro Carlo Morelli esaltano e colorano il programma musicale di moderne sonorità pop e soul, presentando rielaborazioni di brani intramontabili, come Tammurriata nera, Luna rossa, Tu vuò fa’ l’americano. Una rappresentazione che parla di Napoli non solo attraverso le note dei classici autori della tradizione, ma anche attraverso la gestualità coreografica.
Un exploit musicale capace di mettere in luce il fascino di una città che ha insegnato la sua musica nelle corti di tutta Europa. Grande protagonista è il Coro della Città di Napoli, fondato e diretto dal maestro Carlo Morelli.
Novità della nuova edizione è la volontà di valorizzare il profondo connubio culturale e musicale, tra Tunisia e Napoli, attraverso il progetto La Voce del Mediterraneo, un’unione di culture realizzata combinando la canzone napoletane con traduzione e sonorità araba/nord-africana, grazie all’incontro con l’artista M’Barka Ben Taleb, cantante, danzatrice, musicista e attrice tunisina, autrice di brani di musica etnica e interprete della canzone napoletana tradotta in arabo.
Il progetto La Voce del Mediterraneo nasce con lo scopo di far diventare la canzone napoletana un bene immateriale, capace di favorire l’integrazione tra le culture del mediterraneo, in particolare tra quella tunisina e napoletana, unite da tempo da intensi legami umani, culturali ed economici, fondati sulla prossimità geografica, sulla comune appartenenza all’area mediterranea e sul contatto tra le rispettive comunità nazionali.

MAURIZIO IV – PIRANDELLO PULP

5 e 6 luglio Teatro Sannazaro 

testo di Edoardo Erba
con Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia
Regia Roberto Valerio
musiche di Massimiliano Gagliardi
Produzione OFFICINE DEL TEATRO ITALIANO

prima assoluta

Siamo in teatro, e sul palco è allestita la scena del Gioco delle Parti di Pirandello. Maurizio, il regista dello spettacolo, si aspettava una squadra di tecnici per il montaggio delle luci, ma si presenta solo Carmine, un siciliano di mezza età, che non sembra aver molta voglia di lavorare. Carmine non sa nulla dello spettacolo e Maurizio è costretto a ripercorrerlo interamente per farglielo capire.
Pur di lavorare il meno possibile, Carmine si mette a discutere ogni dettaglio. Le sue idee sono innovative, e Maurizio passa dall’irritazione, all’interesse, alla decisione di fare una regia completamente diversa, un Pirandello pulp. I ruoli si invertono: ora è Carmine a dettare la linea, mentre Maurizio lo asseconda. Eppure non tutto è come sembra, e nuovi impensabili ribaltamenti portano verso un finale che si tinge di nero.
Divertente, irriverente, prensile, interpretato da due grandi talenti del Teatro, diretto da uno specialista di Pirandello, Maurizio IV si impone come una delle più importanti novità italiane della stagione.

FICUFRESCHE

6 luglio Giardino Romantico di Palazzo Reale
Duo vocale femminile. CANTI D’AMORE E DI LAVORO DEL TERRITORIO AURUNCO, canta un repertorio di ricerca che valorizza il canto a distesa e soprattutto le voci nelle loro sfumature più tradizionali del canto contadino.

A TEDUCCIO ON THE ROAD

6 e 7 luglio Napoli San Giovanni a Teduccio – Percorso in auto

un progetto della Compagnia Nest
adattamento drammaturgia di Giuseppe Miale Di Mauro, Carmine Borrino e Gianni Spezzano con il gruppo #GiovaniO’Nest
coordinamento artistico e regia di Francesco Di Leva, Adriano Pantaleo e Giuseppe Gaudino
produzione Nest Napoli est Teatro

“In ogni strada di questo paese c’è un nessuno che sogna di diventare qualcuno” Robert De Niro in Taxi Driver
Per l’edizione 2019 del Napoli Teatro Festival Italia, la Compagnia Nest propone al suo pubblico e al territorio un vero e proprio viaggio, non solo in senso figurativo, ma reale. Lo spettatore, infatti, verrà infatti prelevato dalla propria abitazione e accompagnato in automobile fino a San Giovanni a Teduccio.
Il tragitto che separa la casa dello spettatore al quartiere di San Giovanni sarà un viaggio nelle più belle scene del cinema mondiale che si sono svolte in automobile. Un’esperienza unica nata dalla riflessione che la Compagnia Nest ogni anno si pone rispetto alla difficoltà di attirare pubblico nel proprio spazio e territorio. Attraverso questo progetto quella che fino a qualche tempo fa è stata solo una provocazione «vi veniamo a prendere a casa vostra», diventa un momento di teatro che permetterà di vedere zone del quartiere magari fino a quel momento completamente sconosciute. Allo stesso tempo il quartiere si animerà e verrà coinvolto perché alcune scene avverranno in luoghi determinati.
Una volta arrivati a San Giovanni a Teduccio, le auto posteggeranno nei pressi della spiaggia del quartiere (ripulita e ripristinata per l’occasione), in cui gli spettatori assisteranno alla proiezione delle scene originali del film recitate in macchina durante il tragitto, in una sorta di drive in urbano. Il progetto sarà realizzato con il gruppo #GiovaniO’Nest, anima portante del progetto Anfiteatri urbani, diretti dalla Compagnia Nest per la scorsa edizione del NTFI.
La rosa dei film da cui verranno tratte le scene, sono cult del cinema on the road, tra cui: Thelma&Louise, Taxi Driver, Blues Brothers, Il Sorpasso, In viaggio con Papà, Le Iene, Drive, Nuovo Cinema Paradiso, Locke, Paura e Delirio a Las Vegas, Un maggiolino tutto matto, Duel, Rain Man ecc.
Gli spettatori verranno prelevati dalle loro case in un raggio di 10 km dal Teatro Nest. In caso gli spettatori dovessero abitare in zone più lontane, si individueranno dei punti di incontro che lo spettatore dovrà raggiungere in autonomia.
Lo spettacolo prevede un massimo di 30 persone a turno.

THE HANDMAID’S TALE

6 luglio Napoli Spazio della Commedia Futura

Il Racconto dell’Ancella

tratto dal romanzo di Margaret Atwood
traduzione Camillo Pennati per Ponte alle Grazie
consulenza letteraria Loredana Lipperini
consulenza artistica Laura Palmieri
con Viola Graziosi
regia Graziano Piazza
musiche originali Riccardo Amorese
foto Pino Le Pera
grafica Silviamaria Placidi
ufficio stampa Nicola Conticello e Marco Giovannone NCmediaproduzione Artisti Riuniti

prima nazionale

Il racconto dell’ancella, romanzo distopico scritto nell’85 della canadese Margaret Atwood, è tornato alle cronache per il grande successo della serie televisiva The Handmaid’s Tale (distribuita in Italia da Tim Vision), che ha ispirato i cortei di protesta di molte donne per esempio durante la campagna presidenziale di Trump. In un futuro devastato da guerre, inquinamento e sterilità, le donne sono strettamente sorvegliate e divise in categorie distinguibili dal colore dei loro vestiti: azzurro per le “Mogli dei Comandanti”; verde per le “Marte”, donne sterili e attempate che svolgono servizi domestici; marrone per le “Zie”, guardiane e sorveglianti; rosso le “Ancelle”, uniche in grado di procreare, sottomesse alla Repubblica per essere fecondate dai “Comandanti”, le cui mogli cresceranno i figli. Nessuna può disobbedire o disattendere al proprio ruolo, pena la morte o la deportazione nelle Colonie. Un “nuovo mondo” che, ancora una volta, attraverso le donne e l’uso del loro corpo, cerca la sua definizione e legittimazione. Attraverso il ritrovamento di una confessione registrata, siamo rapiti dal racconto di un’ancella, non sapendo bene da dove ci parla, da quale luogo e da quale tempo, ma riconoscendo che parla proprio a noi, donne e uomini di questa società contemporanea.

L’ANNO DEL PENSIERO MAGICO (The Year of the Magical Thinking)

6 e 7 luglio Teatro Trianon-Viviani 

di Joan Didion
traduzione Alessandra Serra
commedia tratta dal romanzo omonimo pubblicato da Il Saggiatore
con Rosaria De Cicco
regia Enrico Maria Lamanna
aiuto regia Augusto Casella
disegno luci Stefano Pirandello
costumi Teresa Acone
produzione Suoni&Scene

Enrico Maria Lamanna mette in scena un testo di Joan Didion e così lo descrive nelle note di regia: «Una donna, una sedia, ricordi… un marito morto all’improvviso a tavola. Lei è una sceneggiatrice che si trova a raccontare una storia, la sua. La figlia in coma… Lei, la donna, moglie e madre che con dolore affronta la luce del giorno dopo. A farle compagnia le scarpe del marito per quando tornerà, perché lui tornerà come afferma la leggenda indiana. Poi la consapevolezza, la borsa della figlia ricaduta in coma stretta al petto improvvisamente dopo un risveglio di 6 mesi. Lo scoraggiamento, la paura e la richiesta di aiuto. Non credere più a niente. Ma poi le scarpe… e se il marito tornasse? Meglio aspettare e lasciare il pensiero errante che vada ancora un po’ nei sogni nella speranza, nella vita…
Torna a lavorare con me una delle mie attrici feticcio, Rosaria De Cicco a cui dedico questa avventura.
Con lei questo viaggio emozionante come una prima notte d’amore».

THE FUNKIN’ MACHINE

7 luglio Giardino Romantico di Palazzo Reale
The Funkin’ Machine è il progetto di Paolo Petrella, Roberto Porzio e Andrea de Fazio, dedicato al recupero delle vere sonorità funk, del funk anni ’60-’70, dei Meters, Jb’s, Sly and the family stone, Parliament Funkadelic, Bootsy Collins. Una piccola all-star di musicisti da sempre appassionati del buon vecchio, sporco funk.

AVION TRAVEL – PRIVÉ

con Peppe Servillo (voce), Mimì Ciaramella (batteria), Peppe D’Argenzio (sax), Flavio D’Ancona (tastiere), Duilio Galioto (piano e tastiere), Ferruccio Spinetti (contrabbasso)

7 luglio Reggia di Caserta

A distanza di 15 anni dal loro ultimo album di inediti Poco Mossi gli altri Bacini, risalente al 2003, gli Avion Travel tornano con Privé, un disco fedele allo spirito di produzione indipendente e alle atmosfere della trilogia composta da Bellosguardo, Opplà, Finalmente Fiori e realizzato dopo aver ricostruito lo staff operativo dei loro inizi, con Mario Tronco nel ruolo di produttore artistico e supervisore, oltre che di arrangiatore e musicista. Privé contiene undici tracce, di cui dieci canzoni e un brano extra strumentale, scelte tra quelli che negli ultimi anni sono sembrati più pertinenti all’idea che il gruppo vuole realizzare; tutti originali e in parte inediti. La scrittura e la scelta dei brani è cominciata durante il Retour (2014-2017) insieme a Fausto Mesolella, di cui sono presenti quattro canzoni. «Due figure abitano questo disco — spiega Servillo — una amara e l’altra dolce. La prima sfugge alla canzone, la seconda la insegue. Una diffida delle parole e l’altra si consegna alle parole stesse. Sembra che alcune canzoni si muovano sospettose, offendendo le altre che invece accolgono, consolano e scaldano. Le ultime si affidano alle parole, alla loro precisione, alla capacità di queste di rappresentare il mondo, ma le prime restano a smentire ciò, recitando oscuramente pulsioni e sensazioni. È doppia la natura di questo lavoro, come da sempre la natura di questo gruppo che in questi mesi ha rigenerato parte di se, come un piccolo animale dalla lunga vita, riaffidandosi a se stesso, alla sua piccola storia, alla propria varia identità. Corrono gli Avion Travel tra sentimenti opposti, generando con questo movimento il contrasto secondo la legge del dramma e a questa legge si votano in modo vitale e scomposto per un pugno di canzoni nuove».

STORIE DAL DECAMERONE

7 luglio Duomo di Salerno 

con Anna Foglietta
di Michele Santeramo
musiche originali Francesco Mariozzi
violista Luigi Gagliano
produzione Fondazione Teatro della Toscana – Festival Idera 2018

È una storia di malessere, di presa di coscienza di quel malessere, di quella propria personale “peste”. È la vicenda di una donna che per salvare i suoi due figli dalla guerra del suo Paese decide di fare il viaggio che in molti fanno.Arriva al mare, il Mediterraneo, e la aspetta l’ultimo pezzo di quel viaggio, insieme ai suoi due figli. Ma nel mare dovrà prendere una decisione che le segnerà la vita. Anche per lei, una storia del Decamerone sarà la guarigione

CANTI E SUONI DELLA DIMENTICANZA

di Raffaello Converso
orchestrazioni Roberto De Simone
con Raffaello Converso (voce e chitarra – mandolino – violino), Antonello Paliotti (direzione musicale e chitarra), Franco Ponzo (chitarra), Michele De Martino (mandolino I°), Federico Maddaluno (mandolino II°), Edoardo Converso (mandola), Salvatore Della Vecchia (mandoloncello), Leonardo Massa (violoncello)

7 luglio  Chiesa della colonna

Con Canti e suoni della dimenticanza, Raffaello Converso realizza un progetto antologico comprendente un arco musicale che spazia storicamente da cinquecentesche villanelle della «Napoli gentile» a settecentesche reminiscenze pergolesiane o vinciane di eccellenti arie dell’Opera buffa, dalle ottocentesche melodie pervenuteci dalle altissime trascrizioni strumentali redatte da Mauro Giuliani, da Ferdinando Carulli, da Fernando Sor, fino all’approdo digiacomiano, melodizzato romanticamente dal Costa e dal De Leva.
L’ensemble esecutivo comprende, oltre a Raffaello Converso, una compagine strumentale di plettri, chitarre, qualche strumento ad arco, la cui stilizzazione armonica, o contrappuntistica, si avvale della sapienza compositiva di Roberto De Simone.
«Etimologicamente, Posillipo trae la sua denominazione dal significato di “luogo della dimenticanza, “dell’oblio” ”— spiega Raffaello Converso —, in relazione al fascino ammaliante e seduttivo della maga Circe e della sirena Partenope.
In tal senso, Franz Listz intitolò alcune sue elaborazioni pianistiche di canti napoletani Notti di Posillipo, a sottintendere momenti di sospensione storica, dello smarrimento del presente, nel flusso di voci evocate dalla memoria immaginaria della smemorizzazione».

CENTRO STORICO, RACCOLTO DI PERIFERIA

7 luglio Napoli Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale

“… la saggezza delle comunità civili e le quotidiane Creazioni di equilibrio”

ideazione scenica e regia Marco Dell’Acqua
musiche System of Survival, Pietro De Lisi, Alex Carpentieri
assistente alla regia Adriano Ruggiero e Giovanni Ferraro
costumi Marinella Carfora
drammaturgiascenografia e disegno luci Teatri di Popolo
con Teresa Pepe, Ciro Mollo, Annamaria Avagliano, Antonio Baldi, Antonietta Cavaliere, Enzo Peluso, Salvatore Criscuolo, Mario Rotolo, Paolo Esposito, Giacomo D’Agostino, Anna Donnarumma, Federico Bucciarelli

In uno dei tanti isolati di periferia del mondo dove un certo tipo di solidarietà si oppone alle tante difficoltà che il quotidiano muove, Mimì, detto il Leone, cittadino, memoria storica, esempio di instancabile generosità per gli abitanti del quartiere, viene arrestato.
L’ episodio inaspettato determinerà spaesamento prima e lo sconvolgimento poi dei già fragili equilibri di convivenza che supportavano la comunità.
La detenzione prolungata in carcere di Mimì produrrà la disarticolazione di quelle complicità che poco prima avevano caratterizzato la vita dei protagonisti, la scena, il susseguirsi dei giorni e delle notti.
Le forze di sicurezza impegnate nella complessa funzione della gestione dell’ ordine pubblico, che è ormai evidentemente destabilizzato, sono in affanno, quel pezzo di città è ora fuori controllo. La Polizia che protegge il quartiere è in difficoltà e si vedrà costretta a fare uso, in questa particolare occasione, di uno strumento assente tra le ordinarie pratiche del suo delicato ufficio; un dispositivo assente tra le innumerevoli leggi, fuori da ogni possibile interpretazione delle stesse e che neanche la tecnologia per quanto avanzata può offrire: la creatività.
Il racconto che si vuole celebrare con lo spettatore desidera illuminare e restituire centralità alle sofisticate abilità di ogni popolo civile e di ogni comunità solidale quando inventa soluzioni spontanee e ingegnose, spesso anche semplicemente intuitive ma sempre determinanti per trasformare l’esistenza da tempo della sopravvivenza in vita sorprendente e senza tempo.
La complessità della Vita diventa così:
occasione e pre-testo per riconsiderare il significato produttivo della “condivisione” e il suo intrinseco inspiegabile Mistero il luogo privilegiato in cui abita la più commuovente delle poesie, l’ amore, inesauribile forza di ogni felice creazione di senso per il benessere di tutti ed in modo particolare dell’altro.

V VIAGGIO BAROCCO

soggetto, coreografia, regia Angelo Smimmo
con Giorgia Cinciripi (soprano), Manuela Formichella (soprano), Luciano De Pasquale (baritono), Damien Pass (basso)
direttore Piergiorgio Del Nunzio
danzatore Fernando Montaño
scene, costumi ed il light design Angelo Smimmo

8 luglio Cortile d’onore di Palazzo Reale

V è una rappresentazione ibrida tra opera, danza e teatro, che mette in scena le vicissitudini di due coppie occidentali in crisi, di estrazioni sociali diverse ma con problematiche analoghe, che fanno da specchio alla crisi tra i due emisferi del nostro pianeta. La coppie intrecciano le loro storie, le loro voci, cantando di grandi amori e buffi tradimenti, atti eroici e gesti quotidiani. L’amore, il viaggio e l’emigrazione sono i grandi temi ricorrenti in questo percorso di musica e danza.
Il traghettatore di questi intrecci è Abdul, personaggio danzante un po’ Caronte un po’ Ariel, giovane proprietario di una compagnia di “Water Taxi”, dal profumo esotico, ingenuo, metafisico e reale, che seduce e ci accompagna in un viaggio senza tempo. Abdul è il desiderio, la terra usurpata, che ancora ci accoglie con il sorriso, quella terra ingenua che vibra di melodie ancestrali, messa a confronto con un mondo che divora, sbrana e accusa. Il parallelo con la politica dei giorni nostri è facile.
Il modo in cui le coppie riusciranno a risolvere la crisi è il vero coup de theatre dello spettacolo. L’idea di questo lavoro nasce anche dal desiderio di farsi ponte tra Venezia e Napoli nel segno di un barocco che unisce realtà così diverse ma anche così vicine. Il barocco si presta a questo tipo di operazione e la musica di Vivaldi, Vinci e Pergolesi è utile a tracciare un percorso, per rivivere un viaggio che è il viaggio della coscienza.
“V” ha aperto la stagione lirica del teatro dell’opera di Bogotà “Teatro Colon” nel Febbraio 2019 con un successo strepitoso.

NELLA LINGUA E NELLA SPADA

8 Luglio Teatro Nuovo 

elaborazione drammaturgica, regia e interpretazione Elena Bucci
musica Luigi Ceccarelli
con Michele Rabbia (percussioni) e Paolo Ravaglia (clarinetti)
luci Loredana Oddone
cura del suono della voce Franco Naddei
coproduzione Ravenna Festival, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Compagnia Le belle bandiere

prima assoluta

Nella lingua e nella spada è un progetto ispirato alla storia d’amore e alle vite della giornalista Oriana Fallaci, e del politico, rivoluzionario e poeta greco Alekos Panagulis. Un melologo che accosta le suggestioni della storia recente agli echi della tragedia greca antica: il racconto della Grecia moderna e contemporanea attraverso un canto parlato che prende spunto proprio dalle pagine di Un Uomo della Fallaci e dai versi di Panagulis. Scrive Elena Bucci: «Non userò le parole di Oriana Fallaci, non oserò strappare brani da un libro perfetto, ma proverò a raccontare con le mie povere parole di lei e di lui, di quell’epoca, di quella terra e della mia, di altri scrittori e artisti che vissero l’orrore della dittatura. Attraverso il loro dolore e la loro forza di resistenza amplierò il mio sguardo di fortunata, nata in tempo di pace, ma che ora vede avvicinarsi il buio. Questo progetto evoca per me l’immagine di un teatro che sia assemblea viva, pensante, emozionata, dove gli errori della storia e l’errare degli umani diventino pretesto per migliorare e per trovare nuove comprensioni e abbracci. Anche la parte musicale si propone di integrare la musica greca, nei suoi aspetti artistici più significativi, con quella musica contemporanea che negli ultimi anni ha allargato i suoni orizzonti fina a divenire un genere multiculturale».

FATEMI USCIRE

8 e 9 luglio Teatro Mercadante 

di Jean Marie Chevret
regia Daniele Salvo
con Ida Di Benedetto
scenografia Francesco Frigeri
costumi Carlo Poggioli
una produzione Tradizione e Turismo srl – Teatro Sannazaro Centro di produzione

prima assoluta

Dalla divertente commedia Laissez-moi sortir di Jean Marie Chevret, autore teatrale francese che ha rivoluzionato il teatro dei Grand Boulevard parigini con la sua scrittura brillante e nello stesso tempo attenta ai temi della contemporanità, Fatemi Uscire mette in scena una donna, artista al culmine della carriera, che crea involontariamente le condizioni per una resa dei conti della sua intera esistenza.
Acclamata diva del palcoscenico e del grande schermo, attrice all’apice della maturità interpretata con vigore e intensità da Ida Di Benedetto, Joss de Guérande deve partecipare ad una prestigiosa trasmissione televisiva di prima serata destinata a celebrare la sua carriera. Joss accoglie questo invito come il definitivo coronamento del suo successo e sperando in una rinnovata ribalta si prepara alla magnifica serata in cui raccoglierà il frutto più dolce. Ma la maldestra conoscenza di un semplice telecomando cambia il corso della storia. Un tasto inavvertitamente premuto ed ecco che Joss, già pronta ad uscire, si ritrova intrappolata sulla splendida terrazza del suo appartamento a Parigi, davanti ad una serranda inesorabilmente abbassata. Chiusa fuori. Un “fuori” dal quale non può più uscire.
Prigioniera per tutta la notte, inventa la trasmissione di cui avrebbe dovuto essere protagonista e rivive i momenti salienti della sua vita in una inaspettata resa dei conti.
Rannicchiata su una poltrona davanti alla città dormiente emergono spettri, traumi rimossi, paure di sempre, ansie notturne, desideri inseguiti e scelte realizzate; un flusso interiore sapientemente narrato attraverso la attenta regia di Daniele Salvo, che riesce a mettere a nudo con delicatezza e ironia l’intimità di un’anima in gioco con se stessa.

SCHIAPARELLI LIFE

8 e 9 luglio Sala Assoli 

con Nunzia Antonino e Marco Grossi
regia Carlo Bruni
testo Eleonora Mazzoni
scena Maurizio Agostinetto
immagini in movimento Bea Mazzone
luci Tea Primiterra, Giuseppe Pesce
consulenza/costumi Luciano Lapadula, Vito Antonio Lerario, Maria Pascale
organizzazione Nicoletta Scrivo
ufficio stampa Paola Maritan
amministrazione Franca Veltro
produzione Casa degli Alfieri – Teatro di Dioniso
con la collaborazione di sistemaGaribaldi e Linea d’Onda
si ringraziano Rosellina Goffredo e Rossana Farinati per la gentile collaborazione

Fra il 1953 e il ’54, Elsa Schiaparelli, fra le più grandi stiliste di tutti i tempi, decide di concludere il
proprio itinerario artistico e professionale, pubblicando un’autobiografia che già nel titolo ne riassume l’intensità: Shocking life.
Italiana, nata a Roma, in una famiglia colta e ricca di talenti, protagonista fra le due guerre di quella rivoluzione del costume che avrebbe ispirato molte generazioni future, amica e collaboratrice di artisti come Dalì, Cocteau, Aragon, Ray, Clair, Duchamps, Sartre, dopo aver vestito Katharine Hepburn, Lauren Bacall, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Elsa decide che quel “nuovo” mondo non la riguarda più e lo lascia, ritirandosi a vita privata.
«Il nostro lavoro – si legge nelle note – prova a evocare questo passaggio, prediligendo un’indagine emotiva sul distacco, tributo necessario ad ogni cambiamento, all’impossibile impresa di sintetizzare la vita di questa donna straordinaria. Per un paio d’anni, sul primo isolato di via Garruba a Bari, hanno tenuto il loro fantastico bazar Atelier 1900, Luciano Lapadula e Vito Antonio Lerario. Esperti di storia della moda e stilisti, sono stati loro a farci conoscere Elsa ed è con loro che abbiamo incominciato il percorso verso il quarto ritratto femminile del nostro più recente repertorio. Per questa produzione, oltre alla collaborazione di un fotografo e scenografo, Maurizio Agostinetto, ci è sembrata felice la disponibilità di Eleonora Mazzoni, scrittrice, che, condividendo l’impresa, ci ha assistiti nella redazione del testo. L’attore Marco Grossi e la cartoonist Beatrice Mazzone hanno infine completato il gruppo dedito alla creazione».

FABIANA MARTONE

9 luglio Giardino Romantico di Palazzo Reale

Memorandum è l’ultimo lavoro solista di Fabiana Martone, interprete dalla voce raffinata e ricca di sfumature, con un curriculum artistico ricco di esperienze importanti in cui spiccano collaborazioni illustri.

SALA D’ATTESA – THE WAITING ROOM

9, 10, 12 e 13 luglio Napoli Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale

regia Ettore De Lorenzo
scritto da Ettore De Lorenzo e Flavio Baldes
con Ettore De Lorenzo, Flavio Baldes, Andrea Baldes, Ugo Gangheri, Massimo D’Avanzo, Giosi Cincotti, Machi di Pace
e con ospiti nazionali e internazionali
installazioni di scena a cura degli studenti dell’Accademia di Belle Arti con il coordinamento del prof. Rino Squillante
direttore di produzione Francesca Ravel

Una sala d’attesa in quattro contesti diversi. Dunque, quattro sale d’attesa. In ognuna di esse, da un intreccio di voci, si espande e prende forma una trama diversa. Anche con l’aiuto della musica, delle parole, delle immagini. Ma, soprattutto, attraverso lo scambio con il pubblico, che da spettatore diventa parte imprescindibile e imprevedibile della trama stessa. E con un cast che si arricchirà di volta in volta con nomi noti dello spettacolo.
Dentro ogni sala, evocati, spiegati, cantati e raccontati attraverso parole, musica e immagini, con la struttura di un talk show, si celebra la bellezza della complessità, in uno spettacolo interattivo sui grandi temi che coinvolgono l’umanità e il nostro vivere quotidiano. Ogni serata un tema, ogni tema sviluppa una trama, costruita con l’aiuto degli spettatori, in una dialettica che farà di ogni serata una scoperta, una sorpresa.
Insomma, una prova di filosofia contemporanea collettiva, di ragionamento sull’uomo e sul suo destino, fuori dalla faciloneria populistica, dalla rabbia e dalle urla che coprono altre urla. Sala d’attesa è il luogo dove tornare a discutere insieme guardandosi negli occhi e non attraverso uno smartphone, e nasce con l’ambizione di creare piccoli ambienti/momenti dove sia possibile coltivare una nuova idea di relazione basata sulla conoscenza e sul rispetto. I temi affrontati nelle sale d’attesa sono la società dell’informazione, il rapporto con la morte, l’uomo migrante e il futuro. Sul palcoscenico ci sono sei personaggi: un giornalista (attore e musicista), un attore (fisico e musicista), due musicisti (filosofi e scrittori), una cantante (fotografa), un poeta (viaggiatore), in rappresentanza di diverse generazioni. L’obiettivo è la ricostruzione dell’Agorà, intesa come luogo di dialogo e di scambio, di confronto tra umani sulla loro natura e i loro destini.

LES ITALIENS

9 e 10 luglio Napoli Teatro Trianon-Viviani 

un progetto di Massimo Furlan
drammaturgia Claire de Ribaupierre
con Miro Caltagirone, Giuseppe Capuzzi, Alexia Casciaro, Nadine Fuchs, Vincenzo Di Marco, Silvano Nicoletti, Francesco Panese, Luigi Raimondi
luci Antoine Friderici
suono Aurélien Godderis-Chouzenoux
trucco e parrucche Julie Monot
costumi Anna van Bree
ideazione voli Jean-Claude Blaser – Scène Concept
direzione tecnica e video Jérôme Vernez
direzione di scena Benjamin Surville
assistente Floriane Mésenge
amministrazione e produzione Claudine Geneletti
responsabile distribuzione Jérôme Pique
produzione Théâtre de Vidy
con il sostegno di Pro Helvetia – Fondation Suisse pour la Culture, Loterie Romande, Fondation Ernst Goehner, Fondation Leenaards, Fondation du Casino Barrière

prima nazionale

Questo progetto nasce dalla performance Blue Tired Heroes presentata nell’ambito di Slow Life al Théâtre Vidy Lausanne nel giugno 2016. In quel progetto la compagnia ha lavorato con otto pensionati italiani che ogni giorno si ritrovavano nel foyer o sulla terrazza del teatro per giocare a carte. La performance sperimentava il processo di incarnazione dell’eroica figura di Superman attraverso un costume estremamente semplice: pigiama blu, slip e calze rosse. Gli interpreti – più o meno sulla settantina – avevano in effetti l’età reale del personaggio di Superman. Lo scopo del lavoro era quello di mostrare dei corpi ordinari in posture e composizioni stra-ordinarie, esplorando i limiti tra “super-visibilità” e “invisibilità”.
A partire da quel momento, la compagnia ha mantenuto i contatti con questo gruppo e ha deciso, con alcuni di loro, di continuare l’avventura in scena. Il progetto Les Italiens ha debuttato nell’autunno 2017. «Abbiamo lavorato con tre giocatori di carte, nati negli anni ’40, Giuseppe Capuzzi, Silvano Nicoletti, Luigi Raimondi; tre figli di immigrati, nati tra gli anni ’60 e ’70, Francesco Panese, Vincenzo di Marco, Miro Caltagirone, e due ballerine Alexia Casciaro e Nadine Fuchs. Con ciascuno di loro abbiamo realizzato delle interviste individuali e abbiamo raccolto dei racconti, dei ricordi personali o collettivi, i loro punti di vista sul mondo, degli aneddoti familiari.
Negli anni ’50 e ’60, molti italiani hanno dovuto lasciare il proprio paese per emigrare negli Stati Uniti, in Germania, in Francia, in Svizzera per trovare lavoro. Gli immigrati provenivano da tutte le regioni d’Italia, molti dalla Sicilia, dalla Sardegna, dalla Puglia, ma anche dal centro e dal nord del paese. Le loro origini, il contesto sociale ed economico di provenienza, le loro tradizioni, i loro costumi, le lingue e la loro cucina erano diversi. Eppure, quando arrivavano in Svizzera, erano semplicemente “gli Italiani”.

BARTLEBY LO SCRIVANO

9 e 10 luglio Teatro Sannazaro 

di Francesco Niccolini
liberamente ispirato al romanzo di Herman Melville
regia Emanuele Gamba
con Leo Gullotta, Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci
produzione Arca Azzurra Produzioni

prima assoluta

Un ufficio. A Wall Street o in qualunque altra parte del mondo, poco cambia.
È una giornata qualunque nello studio di un avvocato, un uomo buono, gentile, così anonimo che non ne conosciamo nemmeno il nome. Ogni giorno scorre identico, noioso e paziente, secondo le regole di un moto perpetuo beatamente burocratico: meccanico e insensato.
In questo ufficio popolato da una curiosa umanità – due impiegati che si odiano fra di loro e cercano di rubarsi l’un l’altro preziosi centimetri della scrivania che condividono, una segretaria civettuola che si fa corteggiare a turno da entrambi ma che spasima per il datore di lavoro, e una donna delle pulizie molto attiva e fin troppo invadente – un giorno, viene assunto un nuovo scrivano.
Ed è come se in quell’ufficio sempre uguale a se stesso da chissà quanto tempo, fosse entrato un vento inatteso, che manda all’aria il senso normale delle cose e della vita. Bartleby si chiama, e fa lo scrivano. Copia e compila diligentemente le carte che il suo padrone gli passa. Finché un po’ di sabbia finisce nell’ingranaggio e tutto si blocca.
Un giorno Bartleby decide di rispondere a qualsiasi richiesta, dalla più semplice alla più normale in ambito lavorativo, con una frase che è rimasta nella storia: “Avrei preferenza di no”.
Solo quattro parole, dette sottovoce, senza violenza e senza senso, ma tanto basta. Un gentile rifiuto che paralizza il lavoro e la logica: una sorta di inattesa turbolenza atmosferica che sconvolge tanto l’ufficio che la vita intima del datore di lavoro. Da quel momento Bartleby si spegne. Il motivo? Quando lo scopriremo, sarà troppo tardi.

Scrive Emanuele Gamba: « Nel 1851 Herman Melville scrive “Moby Dick”, grande storia romantica di un titano di nome Achab che affronta e sfida l’assedio di un oceano oscuro; qui un gigante forte e visionario ingaggia una spietata lotta che è lotta per la vita e per la morte o, forse sarebbe meglio dire, della vita e della morte. Due anni dopo Herman Melville scrive “Bartleby, lo scrivano” e tutto sembra essersi calmato, spenti i fragori dei marosi, l’oceano si è ritirato e il panorama cambiato: siamo a Wall Street ai febbrili inizi di quello che si avvierà ad essere il più assediante, oscuro, spietato sistema finanziario/produttivo del mondo; il cuore pulsante intorno al quale nasceranno più di cento anni dopo, globalizzazione e crescite variamente felici. L’oceano si è trasformato nel mare dell’economia e della produttività, il Pequod in un ufficio seminterrato, la ciurma di marinai in un’altra ciurma di scrivani, Ismaele si è fatto avvocato e l’assedio di Wall Street è tale che si rende necessario assumere un aiuto, uno scrivano in più, un altro gigante, un altro titano: Bartleby. L’ossessionato e ossessivo capitano si è trasformato in Bartleby, l’ultimo dei marinai arruolato, eppure capace di realizzare una lenta, progressiva, pacata messa in crisi di un sistema di cui non riconosce il valore positivo. Mentre tutto e tutti (scrivani, religiosi, soldati, banchieri, politici, artisti) procedono aggressivi e baldanzosi, forse colpevolmente ignari, fra nuove ricchezze e nuove schiavitù, l’ultimo entrato in scena si mette di traverso e con una frase che sembra arrivata da un remoto passato monastico, avvia un inesorabile processo dubitativo di disgregazione di un moloch che si incarna nel binomio “lavoro/dovere”. Bartleby si incunea e si incista nella storia positiva di Wall Street ma non è un batterio che ammalerà l’ambiente, è la cura che proverà a salvare un mondo malato che si nutre di numeri e algoritmi. Bartleby è l’eroe dell’inazione, della non violenza che è azione negativa e costruens allo stesso tempo; è il titano della grazia leggera di chi dice “non in mio nome”; è il gigante che usa un piccolo granello e poi un altro e un altro per inceppare il grande meccanismo che regola e cadenza notte e giorno dell’homo economicus. Bartleby per tutto il tempo cerca il raggio di sole che una volta al giorno entra nell’ufficio sepolcro; forse Bartleby è principalmente questo, un seme che eroicamente, pervicacemente grida sottovoce il proprio diritto alla scelta e alla libertà e si fa filo d’erba in mezzo al cemento, contro tutto, ma per tutti».

IL PRINCIPE E LA LUNA

9 luglio Napoli Spazio della Commedia Futura
con
 Giuseppe Cerrone e Melissa Di Genova
costumi ed elementi scenici Federica Pirone
foto di scena Eduardo Meis
progettomusiche originali e regia Mario Autore
produzione Teatro In Fabula

Louìs trascorre il suo tempo nel testardo tentativo di raggiungere la Luna. Puntualmente fallisce, ma la sua aspirazione lo induce a ritentare ogni volta. L’incontro con una ragazzina di nome Lea spinge lo strampalato inventore a ripercorrere la storia dei suoi tentativi. Il Principe e la Luna è una ricerca sul desiderio come motore fondamentale dell’esistenza umana. È il desiderio che forma le nostre vite, i nostri sogni che le danno peso e sostanza. Per essere felici non è necessario realizzare tutti i propri sogni, ma bisogna piuttosto conservare sempre la forza e il coraggio per andare verso di loro. La riuscita è solo una parte dell’impresa, non la più importante. Louìs, piccolo uomo, non è un folle, non è stupido. È un uomo comune, il bambino che è dentro di noi, un “Piccolo Principe” alla ricerca del suo regno incantato, l’essere umano che scopre il potere della fantasia.
Lo spettacolo è concepito come una forma di pantomima, in cui la componente sonora e musicale fa da drammaturgia, sostenendo ritmicamente ed emotivamente la scena. La rumoristica e i pezzi di cui si compone la scenografia fungono da strumenti musicali per i due interpreti, che stabiliscono tra di loro una comunicazione ritmica. Diversa invece è la funzione della musica riprodotta, rigorosamente originale, che fa da ponte con il pubblico. I riferimenti culturali a cui si ispira il lavoro sono il cinema muto, i cartoni Pixar, i maestri Charlie Chaplin e Buster Keaton, e il circo teatro

MARCO CAPPELLI ITALIAN SURF ACADEMY + Chiara Civello

10 luglio Giardino Romantico di Palazzo Reale

Chitarrista onnivoro e raffinato, con Italian Surf Academy Marco Cappelli propone un viaggio per suoni ed immagini nell’atmosfera vintage dei favolosi anni ’60 e ’70. Con le immagini di VJ Lapsus (aka Andrea Pennisi) e la voce di Chiara Civello come graditissima ospite.

STRATIVARI

11 luglio Cortile d’onore di Palazzo Reale 

Di Capone & BungtBangt e Solis String Quartet con Iaia Forte
con Capone & BungtBangt: Maurizio Capone (voce, scopa elettrica, percussaglie), Alessandro Paradiso (basso da ponte, scatolophon, buatteria), Vincenzo Falco (percussaglie, tubolophon), Salvatore Zannella (buatteria, percussaglie)
Solis String Quartet: Vincenzo Di Donna (violino), Luigi De Maio (violino), Gerardo Morrone (viola), Antonio Di Francia (violoncello)
e con Iaia Forte (voce recitante)
soggetto e testo Stefano Valanzuolo
progetto scenico e regia Raffaele Di Florio
produzione SSQ Produzioni srl

Due gruppi musicali, Capone & BungtBangt e Solis String Quartet, collaborano per la realizzazione di uno spettacolo che vuole mettere a fuoco l’immagine di una Napoli multiforme: «Vista dall’alto — si legge nelle note di presentazione dello spettacolo —, la città sembra una sola. Ma al viaggiatore che decida di calarsi nelle sue viscere, per attraversarla, Napoli rivela i molti strati che la compongono, sovrapposti e percepibili nella loro specificità affascinante, eppure indissolubilmente legati in un intreccio di colori, di odori, di suoni; di anime.
Non esiste ragione in grado di svelare il mistero di questa osmosi feconda, favorita da legami invisibili che vanno ben oltre la semplice contiguità fisica. Tuttavia, ognuno di noi, nella propria immaginazione o nel ricordo più o meno consapevole, potrebbe cercarne uno e, magari, trovarlo, seguendo una suggestione sonora che non ammette categorie, non è nobile o plebea, ma rimane forte e autentica, che nasca da un violino, da una scopa travestita da chitarra o ancora da una voce che affabula, seduce, culla e rapisce.
In ogni caso, non bastano occhi, gambe e logica per viaggiare attraverso la città a strati: per guardare oltre, serve la musica».

COMMUNIO PRO ANIMA

Oratorio composto da Giuseppe Vessicchio

11 luglio Pietrelcina

con Giacinta Nicotra, Salvatore Cordella (cast in via di definizione)
complesso strumentale “I Solisti del Sesto Armonico”
coro misto “Exultate Deo”
direttore Pasquale Valerio

prima assoluta

Giuseppe Vessicchio ha composto questo oratorio a seguito di una precedente opera strumentale intitolata Ashram, che ne ha ispirato alcune tematiche. Mentre Ashram è uno schizzo govanile, risalente alla fine degli anni ’70 completato nel 2012, stimolato dalla concezione del nostro corso vitale secondo culture orientali, Communio Pro Anima si prefigge di onorare il mistero dell’anima quale protagonista assoluta, evocazione continua, ma soprattutto energia fondatrice dell’esistenza, attraverso una forma musicale riconducibile a una tipica messa. Quindi si potrebbe anche definire una messa per l’anima che, a parte la sacralità del nome dell’individuo a cui appartiene, è per definizione priva di qualunque identità convenzionale, di riferimenti culturali collegabili a latitudini geografiche, razze e religioni. Essa è essenza di libertà, emblema di eguaglianza, simbolo inequivocabile di pace.
I soggetti del racconto testuale sono il Padre, la Madre, il Figlio e il Creato, nel loro valore individuale e nelle loro raffigurazioni collettive. Il lavoro musicale utilizza diverse lingue, da quelle antiche a quelle moderne. La composizione rispetta quelle leggi fisiche che permettono alla polifonia di relazionarsi con particolare efficacia agli astanti, attraverso una molteplicità di sensi. I benefici di questo procedimento compositivo sono stati più volte testimoniati da piante e animali, attraverso studi scientifici. Questa recentissima forma di musicoterapia passiva è in sperimentazione anche in un ospedale italiano. Tale polifonia “salutare” è stata battezzata Musica Armonico-Naturale proprio da Vessicchio.
L’opera sarà preceduta dall’esecuzione di Ashram, diretta dal compositore stesso e commentata graficamente dai disegni su sabbia di Simona Gandola

PROCESSO A FELLINI

11 luglio Napoli  Spazio della Commedia Futura

un progetto teatrale di Mariano Lamberti
testo Riccardo Pechini
con Caterina Gramaglia e Giulio Forges Davanzati

Processo a Fellini vuole rendere omaggio all’immenso talento di Giulietta Masina, strappandola ai personaggi ingombranti di Cabiria e Gelsomina, per dare voce e dignità anche alle sue ombre. Fin dall’inizio della carriera la sua immagine è sempre stata associata a quella di Fellini: pur se riconosciuta come attrice di talento, Giulietta verrà sempre ricordata soprattutto come compagna del grande Federico Fellini. Una musa ispiratrice che, col passare degli anni e l’allontanarsi dai riflettori, ha preso sempre più i tratti di una donna rassegnata a vivere all’ombra del marito, ad avere accanto un uomo geniale ma inguaribilmente infedele. E così, mentre Fellini si confessava pubblicamente in Otto e mezzo, lei si ritraeva in una lenta e malinconica solitudine. «Ma cosa sarebbe successo – si chiede l’autore – se la Masina avesse potuto esprimere pubblicamente la sua frustrazione come donna, moglie ed artista con uno spettacolo che dia voce alla sua parte offesa, umiliata e rabbiosa? Lo spettacolo unisce elementi biografici ad altri di pura invenzione, con un ritmo serrato, quasi un thriller psicologico o un incubo kafkiano che svelerà il suo mistero solo nel finale. In scena la metamorfosi di una donna riservata, relegata ad un immaginario di purezza infantile, in una donna consapevole, adulta e vendicativa».
Una sorta di viaggio nell’anima non solo di Giulietta, ma di tante donne vissute all’ombra di un uomo intoccabile, a volte indifferente. Processo a Fellini è una sorta di Otto e mezzo dal punto di vista di Giulietta Masina, è un testo crudo e avvincente, che racconta i lati più bui e dolorosi di un’unione tra le più celebri di sempre, ma privata di carne e sangue nell’immaginario pubblico.

UANEMA SWING ORCHESTRA

12 luglio Giardino Romantico di Palazzo Reale
Chiudete gli occhi e immaginate di essere in una ballroom negli anni ’30 ad Harlem, a Chicago o a New Orleans e lasciatevi trascinare dal ritmo coinvolgente dello swing, tra vecchie ballads, languidi blues e balli scatenati. Uno spettacolo per tutti, e nessuno rimarrà immobile

L’ISOLA DI LEGNO

Il concerto dell’Orchestra di Piazza Vittorio

12 luglioAbbazia di Mercogliano

con Houcine ATAA (Tunisia – voce), Emanuele Bultrini (Italia – chitarre), Giuseppe D’Argenzio (Italia – sax tenore e soprano), Duilio Galioto (Italia – pianoforte e tastiere), Omar Lopez Valle (Cuba – tromba), Carlos Paz Duque (Ecuador – voce, flauti andini), Pino Pecorelli (Italia – basso elettrico), Pap Yeri Samb (Senegal – voce, percussioni), Davide Savarese (Italia – batteria), Raul Scebba (Argentina – percussioni), Kaw Dialy Mady Sissikomo (Mali – voce, kora), Ziad Trabelsi (Tunisia – voce, oud)
direzione artistica e musicale Mario Tronco (Italia)

Quando l’OPV lavora alla scrittura di una canzone, pensa naturalmente a come funzionerà sul palco. È sul palco che questo gruppo si è formato, è cresciuto e ha costruito il proprio linguaggio. L’Isola di Legno, lo spettacolo presentato in concerto, è il risultato di un lavoro che dura da diciassette anni ed è la fotografia del percorso musicale del gruppo sulla forma canzone.
L’Orchestra si basa su due aspetti fondamentali: il viaggio e l’incontro. Il viaggio dei musicisti dalla terra nativa verso Roma; l’incontro dei musicisti e dei loro diversi repertori. Ma anche il viaggio dell’Orchestra attraverso nuove strade, in tour per l’Italia e nel mondo.
Nel corso di un viaggio i luoghi cambiano, ma anche i viaggiatori. Le performance live negli anni hanno aiutato i musicisti del gruppo a conoscersi e a capire se stessi come artisti, definendone le musica e allargando il loro repertorio. Lo scrittore Jean Genet diceva di sentirsi vivo solo quando incontrava altre persone: è questa l’idea su cui si fonda l’OPV, nell’ambito della quale ogni musicista ha avuto la capacità di definire se stesso musicalmente, attraverso la propria cultura e differenza artistica.
Il nuovo repertorio è il risultato di questo tempo passato a suonare insieme. Le storie che verranno narrate saranno quelle che gli artisti si sono raccontate durante le interminabili ore di viaggio.
L’incontro tra il pubblico e l’Orchestra è sempre entusiasmante e contagioso, l’uno incoraggia l’altro per dare e ricevere il massimo.

NON DOMANDARMI DI ME, MARTA MIA

12 e 13 luglio Sala Assoli 

dalle lettere di Luigi Pirandello e Marta Abba
di Katia Ippaso
regia Arturo Armone Caruso
con Elena Arvigo
produzione Nidodiragno/CMC

Non domandarmi di me, Marta mia si situa in un preciso punto del tempo, il 10 dicembre del 1936, data della morte di Luigi Pirandello, e in un preciso punto dello spazio, New York, dove Marta Abba stava recitando al Plymouth Theatre di Broadway. Quella sera, dopo aver fatto al pubblico l’annuncio dell’improvvisa scomparsa di Pirandello alla fine dello spettacolo, Marta Abba legge l’ultima lettera che Pirandello le aveva scritto, solo sei giorni prima della sua morte, nella quale non accennava minimamente alla sua malattia.
Nella calma allucinata di quella notte, dopo la rappresentazione, Marta si trova a dover fare i conti con il suo passato. L’attrice ha portato con sé le lettere che negli anni le ha scritto Pirandello dal 1926 al 1936 ma anche quelle che lei aveva indirizzato al suo Maestro. Le sparge sul letto e sul pavimento, vi si immerge, e rievoca così la loro storia, la storia di un rapporto elettivo, agli altri segreto e in una qualche forma incomprensibile, “un fatto d’esistenza”, annotava Pirandello in una lettera del ‘29.
In un viaggio notturno attraverso i passaggi cartacei di una corrispondenza dalla quale affiora pulsante l’emozione, l’attrice e la cantante protagoniste dello spettacolo, dando una precisa tonalità orfica al testo, fanno emergere il lungo, intenso e per tanti versi doloroso rapporto tra Luigi Pirandello e la sua attrice musa, Marta Abba. I temi dell’impossibile fusione amorosa, del senso dell’arte, di cosa si vale realmente, della vecchiaia inesorabile, della morte e della forma che soffoca la vita irrompono sulla scena lasciandoci al termine dello spettacolo l’ombra di una sedia vuota che evoca una irrimediabile perdita mentre una lanterna magica continua a proiettare tutt’intorno le immagini fantasmagoriche di un teatrino delle ombre.

LE TITINE LAB E incursioni, rotture, attraversamenti di Altre Titine prese un po’ qui un po’ lì…

12 e 13 luglio Teatro Sannazaro 

dall’atto unico Tornò al nido di Titina De Filippo
progetto a cura di Antonella Stefanucci
con Adolfo Margiotta e Antonella Stefanucci (e cast in via di definizione)
produzione Teatro del Loto – Teatri molisani di Stefano Sabelli

prima assoluta

«“Blocco” – scrive Antonella Stefanucci – è il termine con il quale un noto critico teatrale definì il sodalizio artistico di Eduardo, Titina e Peppino De Filippo. In una lettera, Titina scrive “un giorno diedi un urlo e volli assaggiare la gioia dell’indipendenza”.
L’incanto era rotto. Il “blocco” infranto, spezzato, non esisteva più. Un sospiro di sollievo.
Alle ammonitrici ed affettuose parole di un grande critico, agli sguardi afflitti del nostro pubblico, mi viene da rispondere: “Amici miei… credete a me… meglio un successo di “blocco” in meno e tre uomini liberi in più!”.
Titina quindi ruppe il sodalizio.
Titina scriveva in maniera delicata, pittorica, sublime nella sua onirica semplicità, come se le sue commedie fossero gouache ottocentesche, sempre con precisi riferimenti musicali che suggeriva nelle didascalie e sempre con l’orecchio rivolto al pubblico.
Le sue commedie hanno un linguaggio quotidiano e contemporaneo e da bravissima interprete femminile ha raccontato e descritto divertentissimi e caustici personaggi femminili.
Sarebbe bello giocare – to play – mettere in scena, ridare vita a queste figure che raccontano salotti,
balconi sul mare, case di campagna… musicisti, giocatori, capitani di marina, nobiltà decadute.
Governanti, figli illegittimi e amanti in fuga…».

LA LUNA

un percorso di ricerca e creazione a partire dai rifiuti, gli scarti, il rimosso di una collettività
1 Napoli 2018 | 2019

12, 13 e 14 luglio Palazzo Fondi 

ideazione, drammaturgia e regia Davide Iodice
spazio scenico, maschere e pupazzi Tiziano Fario
costumi Daniela Salernitano
direttore di produzione Hilenia De Falco
assistente di produzione Emanuele Sacchetti
cast in via di definizione
produzione Teatri Associati di Napoli
produzione esecutiva Interno5
in collaborazione con Accademia di Belle Arti, Scuola elementare del teatro|conservatorio popolare per le arti della scena

prima assoluta

Avviato nella scorsa edizione del Napoli Teatro Festival Italia grazie a un laboratorio intensivo tenuto all’Accademia di Belle Arti di Napoli, trova compimento in forma scenica La luna, il nuovo processo di indagine antropologica, sociologica e poetica ideato e diretto da Davide Iodice. Il lavoro pone come centro di riflessione lo scarto, il rifiuto, nella sua accezione simbolica, affettiva e emotiva: ciò di cui ci si vuole o ci si deve liberare, o che si è messo da parte. L’ambito della ricerca espressiva è quindi la Pòlis, la comunità cittadina, chiamata ad essere “drammaturga” del processo creativo. I cittadini sono invitati a portare i loro rifiuti a partire dal 1 marzo e fino al 31 maggio 2019, tutti i venerdì dalle ore 17.00 alle ore 19.00, presso Palazzo Fondi, Via Medina 24, uffici direzionali, I°piano, Napoli.
Le narrazioni che accompagnano questi reperti autobiografici verranno filmate, e costituiranno via via la base di una scrittura scenica polifonica. Parallelamente verrà condotta una “raccolta porta a porta”, sollecitando individualità ed esperienze variamente rappresentative della città. «Si compie così un atto psicoanalitico collettivo, trasformato espressivamente dagli attori|performers – recitano le note di regia – qui chiamati a contaminarsi con l’immondo psicologico di una comunità per ricavarne una idea di mondo, di società, un senso perduto, identitario, pubblico, se non già quel senno che Astolfo cerca sulla Luna dove “ciò che si perde qui, là si raguna».

VALDERRAMA 5

13 luglio Giardino Romantico di Palazzo Reale
Musica intensa, forte, alternativa, capace di far sorridere e pensare. Una squadra che riprende l’attitudine goliardica di un gruppo come gli Squallor, con quella forza dirompente e provocatoria scagliata contro la facciata del perbenismo snob, shakerati in una Bossa acida che spesso e volentieri sfocia nel Garage rock più sfrenato.

TRAVESTIMENTI SPIRITUALI: DA BELLA CIAO A PADRE PIO

13 luglio Pietrelcina

di Raffaello Converso
orchestrazioni di Roberto De Simone
con Raffaello Converso (voce e chitarra) e direttore d’orchestra e tredici professori d’orchestra
(pianoforte, violino I°, violino II°, viola, violoncello, contrabbasso, corno, clarinetto, tromba, trombone, chitarra, mandolino, percussioni)

Alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, Roberto De Simone e l’antropologa Annabella Rossi registrarono al Santuario di San Michele del Gargano alcune strofe di una Lauda per Padre Pio e per l’Arcangelo Michele. Sorprendentemente il motivo che sosteneva entrambi i brani era quello più conosciuto come “canto dei partigiani”, eseguito alla fine della seconda guerra mondiale, ma che presenta più lontane origini melodiche in un canto di tradizione ebraica, rilevato in America e inciso nel 1919.
La presente versione, in cui Roberto De Simone sullo stesso motivo ha plasmato argomenti desunti dalla passione di Cristo — trasferiti nel patire mitico del santo frate cappuccino — segue le secolari tracce dei travestimenti spirituali articolati su melodie di già larga diffusione. Infatti, la registrazione effettuata da Alan Lomax nel 1919 si riferiva a un precedente canto composto in memoria di fuochisti ebraici periti nell’affondamento del famoso transatlantico Titanic, ed è articolato con moduli melodici simili a quelli riscontrabili nel canto di Bella ciao. Ma ignoriamo per quali strade culturali la melodia sia stata trasferita nelle strofe del canto partigiano e successivamente in quelle spirituali dedicate a Padre Pio. In generale, però sappiamo che nella nostra secolare tradizione rituale o politica, spesso ricorrono canti religiosi di derivazione profana, rivestiti di un testo spirituale, o, al contrario, melodie religiose trasferite in ambiti di argomento profano o politico.

MARTEDÌ

concerto de Le Mani Avanti

13 luglio Teatro Trianon-Viviani

Martedì, il titolo del concerto de Le Mani Avanti, fa riferimento al giorno della settimana durante il quale i coristi si riuniscono per cantare e stare insieme: proprio l’incontro nella sua accezione più ampia e alta è al centro del loro lavoro. Lo spettacolo proposto riflette l’urgenza di una musica condivisa, caratterizzata da impegnate pluralità tematiche: dall’apartheid di Masterblaster, firmato Stevie Wonder, al black power di Freedom di Beyoncè, dal canto tradizionale spiritual Down to the river to pray alla preghiera laica You’ve got the love. Connessioni umane prima ancora che ideologiche caratterizzano questo lavoro, che accoglie anche l’accorato appello ambientalista di Earth Song di Michael Jackson e l’alienazione di Space Oddity di David Bowie.
Al centro c’è l’uomo e le sue solitudini, ma soprattutto l’uomo che ha scelto di combatterle e trova nella comunità — qualsiasi essa sia — una soluzione e un’occasione di rinascita. L’ensemble propone contenuti impegnati veicolati con la leggerezza della musica pop internazionale. A seconda del contesto e soprattutto della location dell’esibizione, Le Mani Avanti realizzano interazioni con il pubblico di varia natura: dal canto al buio all’interpretazione vocale improvvisata di stati d’animo suggeriti dal pubblico presente in sala, per stimolare e stupire lo spettatore attraverso l’uso espressivo e insolito della voce. Un altro elemento che connota le esibizioni del coro è quello della condivisione del palco con attori e musicisti esterni al gruppo, in un avvicendarsi di letture e musica (come hanno fatto con Luigi Lo Cascio all’Auditorium Parco della Musica di Roma) o con guest musicali con le quali affrontare improvvisazioni in stile circle singing o cantare brani creati ad hoc per l’occasione.

EXIT “Grazie dei fiori”

13 e 14 luglioTeatro Nuovo Napoli 

di Antonio Marfella e Giovanni Esposito
con Simona Marchini e Susy Del Giudice
drammaturgia Antonio Marfella Giovanni Esposito
regia Giovanni Esposito
aiuto regia Felice Panico
costumi Rossella Aprea
scene Luigi Ferrigno
progetto luci Nadia Baldi
produzione La Pirandelliana SRL

prima assoluta

Una madre e una figlia. Un rapporto scandito da una quotidianità necessaria, fatta di delusioni, frustrazioni e accuse reciproche. Due donne che combattono con la solitudine e il vuoto interiore. I loro sogni falliti e le aspirazioni deluse sono al centro di Exit, uno spettacolo che porta con sé una visione – a volte ironica – dell’incapacità delle persone di comunicare. Il suicidio annunciato dalla figlia fa da catalizzatore, e costringe le due donne a parlare tra loro, a contrastarsi per cercare una via d’uscita, un equilibrio precario nel quale galleggiare fino alla prossima crisi. Forse il tempo però è finito.

HO STRETTO I PUGNI E SONO NATO…

Poemetto in musica e video frammenti per automazioni elettro meccaniche e giocattoleria di risulta

14 luglio Spazio della Commedia Futura 

progetto di Enzo Mirone
testi, musiche e video Enzo Mirone
violoncello e automazioni Marco Di Palo
clarinetti Massimiliano Sacchi
reparto tecnico Angelo Cavaliere

Ho stretto i pugni e sono nato… è la stesura, in forma poetica, del primo di tre movimenti, di un’autobiografia immaginaria, in parte realmente e intensamente vissuta, e, in parte, ancora da compiersi e quindi da inventare. Giocattoli parlanti, strumenti musicali giocattolo (e non) e macchine musicali ideate, progettate, costruite e automatizzate, attraverso interventi di ingegneria elettronica e meccanica, rappresentano i personaggi, l’orchestrazione delle cui voci-azioni innesca e sostiene la narrazione, articolata su diversi piani sensoriali.
La drammaturgia della performance — la cui rigorosa esecuzione assicura il disegno dei paesaggi lirico sonori e compone l’architettura emozionale del racconto — consiste in un flusso ininterrotto di musica, di suoni-rumori, silenzi, voci-parole, interferenze, distorsioni, immagini e frammenti di immagini, azioni-gesti che evocano, suggeriscono e, all’occasione, inventano ricordi, più o meno nitidi, di una vita ormai trascorsa e le sensazioni che ad essi si legano.
«È un lavoro, questo, sulla persistenza — spiega l’ideatore del progetto Enzo Mirone —, una riflessione su quel che resta di quello che non c’è più, affidata alla compresenza e all’interazione di linguaggi diversi, scarnificati nell’uso e intenzionalmente ridotti alla loro forma più elementare, attraverso mezzi espressivi la cui essenzialità ha necessitato di un certo numero di anni per essere messa a punto».

VIAGGIO IN ITALIA

concerto di Alice

14 luglio Cortile d’onore di Palazzo Reale

Alice presenta al NTFI 2019 il suo lavoro Viaggio in Italia, in cui interpreta brani di Franco Battiato, Juri Camisasca, Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Mino Di Martino, Ivano Fossati, Francesco Guccini, Giorgio Gaber, Claudio Rocchi, Giuni Russo e Alice. «Quando è nata l’idea di produrre una serie di concerti intitolati Viaggio in Italia (titolo rubato ad un mio album del 2003), — racconta la cantautrice — stavo lavorando a due altri progetti. Ma il destino ha voluto che venissi chiamata per cantare insieme a Ron un brano inedito di Lucio Dalla, Almeno pensami, a Sanremo. Di lì sono passati molti fili della mia esistenza e mai e poi mai, nonostante la fortuna lì ottenuta, avrei pensato di tornarci. Ma nemmeno potevo lasciarmi scappare la possibilità di cantare una canzone così toccante, peraltro insieme ad un caro amico. È bastato questo a farmi immergere di nuovo nella bellezza di certe canzoni italiane d’autore. Di Lucio avevo inserito con enorme piacere la nuova versione di un suo brano, Il cielo, nell’album Samsara. Secondo motivo, ma non meno importante a spingermi a derogare da quanto stavo mettendo in cantiere e a fami riprendere e rinnovare Viaggio in Italia, è stata l’esperienza del lungo tour a fianco di Battiato. Cantare le sue canzoni è sempre stato un enorme piacere per me; e cantarle con lui, anche un privilegio. Nel mio album Weekend c’era un doppio tributo a Claudio Rocchi, un autore straordinario di cui si è sempre parlato poco, inutile dire quanto io tenga alle canzoni di De Andrè e di Gaber, che ho inciso. Da qui è stato naturale pensare di fare qualche concerto con questo straordinario repertorio».

TER 14 luglio
Napoli Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale
ESA ZUM ZUM

BELSITO TEATRO

di Cesare Belsito
regia e interpretazione Franca Abategiovanni
aiuto regia Iolanda Salvato
progetto luci Nadia Baldi
organizzazione Sabrina Codato
produzione Pan Productions

Teresa decide di andare in cura da uno psicanalista per risolvere un suo problema capitale: la paura di fare sesso con gli uomini. Ha talmente paura di affrontare questa tematica che non riesce neanche a verbalizzare e di conseguenza quando ne parla usa un suono onomatopeico, per l’appunto Zum Zum. Nei tre quadri che si avvicendano nello sviluppo dello spettacolo scopriremo che Teresa parla di un uomo che ha incontrato su internet e che di conseguenza non ha mai visto. Quest’uomo decide di volerla incontrare. Le sue sedute con lo psicanalista si muovono però su un piano totalmente sedativo, senza preservare neanche gli uomini che incontra per strada, che secondo la sua visione sarebbero tutti intenzionati a portala a letto. Il personaggio di Teresa è pari a un clown che con la sua tenerezza e il suo disorientamento riesce anche a far ridere a crepapelle lo spettatore. Una donna sola di fronte al mondo spietato che non accoglie ma emargina: di fronte alle sue confessioni non c’è nessuno.



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